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USA e Israele al tempo di Trump (di Fabio Nicolucci)

Mentre continua in Israele la lotta sul futuro del sionismo - con la destra al potere che oramai da quasi un ventennio cerca di smantellare il sionismo umanista e socialista di Ben Gurion su cui è stato edificato lo Stato d’Israele per imporne uno identitario e etnico - gli occhi di analisti, spettatori e attori sono ora tutti rivolti verso l’America. Ciò che è valido per tutto l’Occidente è infatti tanto più valido in Israele: ciò che succede nel centro della comune civiltà ha effetti sistemici non solo per la direzione e l’ethos della civiltà occidentale nel suo insieme, ma anche effetti nella politica interna delle singole società nazionali occidentali.

 

Per questo il rapporto con il presidente Usa è per il premier israeliano in carica un test impegnativo e significativo. I rapporti tra Usa ed Israele sono infatti, al di là di ogni immaginabile folclore per un oggetto ancora non identificato - almeno nelle linee di politica estera - qual è il neo Presidente Trump, materia serissima delle relazioni internazionali, e cruciale in quelle del campo occidentale. Lo sono perché nel dossier dei rapporti bilaterali vi è per forza di cose anche quello assai spinoso della situazione del popolo palestinese, oltre a quelli regionali del terrorismo jihadista - e della guerra all’ISIS - e del rapporto con l’Iran.

L’elezione di Trump è stata frettolosamente salutata dalla destra ebraica ora al governo di Israele con salve di giubilo e con speranze e auguri di durata. In particolare, per la sua visione del medioriente e del rapporto con l’Iran. Qui del resto si gioca da venti anni in occidente la partita identitaria sul “chi siamo”. Ed ora Trump sembra poter interrompere la narrativa tutta politica di Obama, per tornare alla visione neocon dell’Iran come nemico esistenziale e non avversario negoziale, e dell’Islam come religione “nemica”. Un ritorno desiderato dalla destra occidentale, perché lo sviluppo di un’identità collettiva ha un suo primo cruciale passaggio relazionandosi ad un “gruppo negativo” esterno capace di generare per contrasto i primi nuovi legami di solidarietà interni, e dell’Iran e dell’Islam come nemici esistenziali di cui la destra occidentale ha bisogno. L’auspicio infatti è quello di poter tornare all’agenda neoconservatrice post- 11 settembre di George W. Bush, che in una visione neo-imperiale degli Usa moralisticamente divideva il mondo in “buoni” e “cattivi”, oppure in “luce” e “tenebre” secondo la terminologia del suo vero ispiratore Benjamin Netanyahu. In tale ottica il terrorismo jihadista globale nasceva nelle tenebre dell’Islam, e l’unico rimedio era esportare la nostra democrazia, perché radice del male erano gli “stati canaglia” - specie se mussulmani - e non gli stati “falliti”. Il velleitarismo e il dogmatismo di tale agenda, soprattutto in Iraq, ha però finito per estenuare gli Usa, e il popolo americano, che nel 2008 gli ha votato contro, scegliendo il candidato che più chiaramente si era opposto non “alla” guerra bensì a “quella” guerra. Su questo terreno il nuovo pragmatismo obamiano del “contagement” - engagement con attori che da nemici esistenziali ritornavano ad essere avversari negoziali, come l’Iran, e containement degli avversari con cui non era possibile negoziare, come gli islamisti radicali - aveva colto il successo periodizzante proprio dell’accordo sul nucleare con l’Iran.

Oggi quella Presidenza esce di scena senza eredi, e per la destra israeliana pare dunque riaprirsi un maggiore spazio internazionale. E di conseguenza anche la possibilità di avanzare con maggior decisione e forza sulla strada di un sionismo illiberale ed etnico, di cui sono espressione svariate leggi e disegni di legge approvati o in discussione alla Knesset. Essa però rischia di essere delusa. E non solo o non tanto perché il Trump Presidente ha dei condizionamenti statuali - basti pensare alla faida contro di lui alimentata dall’intelligence Usa sui rapporti con la Russia di Putin - che il candidato Trump in libertà non aveva, e che si sono cominciati a manifestare con l’avvertimento a sorpresa in conferenza stampa a Netanyahu di esercitare moderazione e autocontrollo sugli insediamenti in Cisgiordania. Quanto piuttosto per ragioni più strutturali. Mentre infatti nel periodo tra l’11 settembre e la vittoria di Obama nel 2008 Netanyahu ha espresso una visione del mondo così organica e convincente per la destra occidentale di fronte al terrorismo globale da farne il suo capo, oggi con Trump potrebbe non essere più così. Con Bush coincidevano infatti sia la visione dei rapporti con l’Altro - una dottrina “morale” della lotta al terrorismo che faceva perno sull’antislamismo e sullo scontro tra civiltà - sia la visione di sé, della propria identità occidentale, costruita su un avvincente e vincente mix di fiducia nei propri assoluti valori di libertà e della loro esportazione. Insomma, un’identità “neo-imperiale” per l’occidente - con a capo gli Usa - che dichiarava la propria autostima e grandezza rispetto al mondo esterno. Con Trump le cose rischiano di cambiare. Perché con il neo Presidente Usa senz’altro coincidono le rispettive visioni dell’Altro come nemico esistenziale - di cui la concezione dell’Iran come irriducibile alla Politica e al negoziato e dunque infine quasi “diabolico” è figura retorica emblematica - e vigoroso appare l’antislamismo moraleggiante di entrambi. Ed anche dopo le dimissioni di Flynn le cose non appaiono per il momento molto cambiate. Divergente sembra però la visione della propria identità occidentale. Mentre infatti Netanyahu è ancora legato ad un liberismo in politica economica che fa il pari con una visione politica dove la libertà è anche libertaria, Trump è invece il sintomo dell’avanzare in politica interna (e commerciale) di un’altra destra rispetto a quella di Bush. E’ una destra razzista, suprematista bianca, isolazionista. Una destra che vede nello Stratega Capo Steve Bannon il suo rappresentante di maggior spicco. Questa destra ha in odio il tollerante multiculturalismo obamiano, ed anche l’indifferenza razziale di G.W Bush. Una destra che adesso realisticamente non nega la crisi e il declino (relativo) degli Usa nel nuovo secolo, come facevano i neoconservatori, ma propone di reagire a questo declino isolandosi. Non rilanciando il ruolo degli Usa quali mediatori e non più risolutori dei conflitti, come Obama. Bensì alzando muri. Anche all’interno. Ma se ciò può andar bene per la maggioranza relativa bianca, come può andar bene per una minoranza pur prestigiosa come quella ebraica negli Usa? E se la Diaspora anche europea dovesse avvertire brividi di freddo lungo la schiena all’ennesimo segnale di razzismo o disinteresse, implicito - come la non citazione specifica della sofferenza della Shoà nel giorno della Memoria da parte di Trump - o esplicito - come nel blocco dei profughi perché provenienti da paesi di una specifica religione - potrà il governo di Israele prescinderne?

 

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