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Riflessioni su una campagna elettorale social. La trasparenza negli USA passa oggi dalla community?

di Francesco Laschi

All’alba del 9 novembre l’Italia si è svegliata con la (per molti) sorprendente vittoria di Donald Trump, nuovo presidente USA. Salvo poche eccezioni, i maggiori network e testate d’informazione avevano previsto una schiacciante vittoria di Hillary Clinton. I dati analizzati sui social network mostravano invece un ipotetico vantaggio di Trump (vedi la tabella già pubblicata in F.LASCHI, Le elezioni USA ai tempi dei millennials. La tecnologia protagonista delle presidenziali 2016, in questa Rivista).

Hillary Clinton Donald Trump
Twitter

7,7 M di Followers

10,2 M di Followers
Facebook 4,7 M di Likes 9,9 M di Likes

Trump, insomma, è stato molto più seguito sui social rispetto ad Hillary. Ma quel che maggiormente colpisce è il rapporto tra i followers di Twitter dei due candidati e i loro Grandi Elettori (dati del 9 novembre 2016, ore 09.30). Confrontando i dati abbiamo questi risultati:

10,2 M di followers per Trump/7,7 M di followers per Clinton = 1,32 (arrotondato da 1,324)

306 Grandi Elettori a favore di Trump/ 232 Grandi Elettori a favore di Clinton = 1,32 (arrotondato da 1,318).

I dati mostrano una sorprendente proporzionalità, forse frutto di una maggiore aderenza alla realtà delle tendenze social rispetto a molti sondaggi proposti dalla carta stampata. Per avvalorare la tesi che il numero di follower riflette, almeno tendenzialmente e proporzionalmente, il risultato finale delle elezioni presidenziali si può ricorrere alla geolocalizzazione dei tweet: Ebbene, le zone a maggiore frequenza di tweet sono, per lo più, appannaggio di Donald Trump (la mappa è disponibile su https://www.mapbox.com/labs/twitter-gnip/brands/).

Infatti, dalle mappe si ricava che la parte est degli USA conta un maggior numero di users, mentre, fatta eccezione per la California, l’occidente è meno twitter-addicted. E, appunto, i repubblicani, come noto, hanno conquistato gli stati decisivi, soprattutto ad oriente.

Che sia un caso? Di sicuro, i tradizionali mezzi di informazione sono apparsi assai meno “riflessivi” della realtà. In effetti, la loro eccessiva politicizzazione – reale o percepita che sia – li rende sempre meno capaci di riflettere la mappa del voto e, ancor meno, di spostare quote, anche minime, di elettorato, soprattutto tra i c.d. “indecisi”.

Al contrario, chi scrive sui social media, per quanto magari incompetente o politicamente scorretto, viene percepito come un più oggettivo e neutrale osservatore, almeno dagli altri frequentatori delle arene virtuali: “uno di noi”, non l’èlite dei forbiti giornalisti della carta stampata o della TV.

Trump, del resto, si è dimostrato esperto utilizzatore dei social: particolarmente aggressivo, come in tutta la sua comunicazione politica. La Clinton, invece, ha puntato su una squadra di prim’ordine composta da ottimi professionisti provenienti dalla Silicon Valley. Il risultato, in termini di comunicazione, è stato però un po’ freddo, per quanto tecnicamente ben realizzato. Tutto il contrario di Trump a cui i suoi hanno addirittura dovuto togliere il “giocattolo” di mano, sottraendogli il controllo dei profili Facebook e Twitter, nel timore di qualche ”sparata”, tropo forte anche per uno come The Donald. E anche questa mossa, apparentemente nociva, potrebbe in realtà aver enfatizzato l’autenticità e la spontaneità di @therealdonaldtrump (nickname su Twitter), nel bene e nel male.

Barack Obama – lo ricordiamo – vinse nel 2008 anche grazie all’uso sapiente di Facebook. Lo strumento che i democratici hanno per primi sperimentato gli si è però, un attimo dopo, ritorto contro, in queste elezioni, dove è prevalso un modo di utilizzare Facebook diverso da quello inaugurato da Obama, più disinibito e spregiudicato. In linea con l’estrema semplificazione del linguaggio politico operata da Trump; e tipica di tutti quei politici, partiti o movimenti che mirano ad intercettare i sempre crescenti “voti di pancia”.

Poi il dubbio, come si diceva un tempo, sorge spontaneo: è la politica che, per proprie esigenze, semplifica il linguaggio politico e poi trova nei social il mezzo più adatto per diffondere il suo verbo; o piuttosto il linguaggio politico tende ad una sempre maggiore semplificazione per riuscire a “passare” sui social.

Non semplice.

Forse, in un primo momento la politica ha individuato nei social un efficace strumento per comunicare, attraverso cui raggiungere, in tempo reale, un numero di elettori prima inimmaginabile. Per veicolare i loro messaggi, i politici si sono dovuti però adeguare ad un format prestabilito, ossia quello del social network stesso: ad esempio Twitter permette di pubblicare post di 100 caratteri al massimo, costringendo ad una comunicazione rapida ed essenziale, spesso correlata da elementi multimediali.

In un secondo momento, il giorno d’oggi, sostituendosi in buona parte ai giornali, le community on line, non solo riescono ad informare, ma anche condizionare. Ciò soprattutto perché si contrae la distanza elettore/politico, con cui si può entrare in contatto tramite un semplice tag o commento. E’ un modello seguito anche da Matteo Renzi che ha inaugurato delle sessioni live in cui risponde in diretta alle domande degli utenti della rete, facendosi chiamare amichevolmente “Matteo”.

Insomma, da mero strumento di comunicazione, i social sembrano oggi diventati strumenti di sopravvivenza: il politico deve quindi passare sui social, ma non solo, deve essere in grado di creare trend. E i suoi trend topic devono avere le caratteristiche tipiche dell’intrattenimento, multimedialità, semplicità, attirare l’attenzione, autenticità. Trump ce lo ha insegnato.

 (15.11.2016)

 




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