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il manifesto paralax

Merito in Italia è parola usata, abusata, sbandierata. Valore deriso, maltrattato, inesistente.

Se ne parla tanto di merito, ogni bravo politico, industriale, sociologo, economista fa la sua parte, decantandone le virtù. Tutto semplice, e il merito intanto muore. Perché il merito non è superficie, speculazione intellettuale, spot elettorale. Il merito non è vuota comunicazione, deve diventare realtà, pratica quotidiana, se non si vuole affondare.

Il merito ormai è una impellente questione nazionale. Non sono solo i vincoli europei ad impedire la crescita, ci sono vincoli anti-merito anti-crescita tutti italiani. Un apparato burocratico che schiaccia le energie vitali; un capitalismo di relazioni; una classe dirigente – politica e non – selezionata per cooptazione; una cultura dell’obbedienza, della fedeltà, diffusa e difficile da rimuovere. Nel complesso, un sistema eticamente insopportabile, perdente in partenza perché la competizione globale non fa sconti, non si cura del raccomandato nostrano, del figlio di papà. Lì vince la qualità del prodotto, la capacità, l’innovazione.

Certo, il merito non è di moda, non è cosa facile. Anzi, puntare sul merito in Italia significa rischiare, rischiare molto, troppo. E’ più sicuro sussurrare nell’orecchio dei potenti, trovare la scorciatoia, il buco in cui infilarsi. Fa quasi ridere chi si affida alle proprie forze, capacità, tenacia, indipendenza. E’una gran fatica – affannarsi, provare a migliorare, aggiornarsi, innovare –, spesso per nulla. Quasi sempre da soli, inghiottiti da un sistema burocratico immenso e impersonale, nelle sue mille leggi, nei suoi tempi incerti, tra appalti poco trasparenti e concorsi pubblici opachi.

Così si affonda, tutti insieme, anche i “furbi” che del merito si fanno beffa.

Ma l’ora più buia della notte precede l’alba. Non è soltanto una speranza, è ormai una strada obbligata, per non morire. Già è così per molti che hanno solo il merito dalla loro, come unico salvagente. Chi è fuori dai giri che contano, dalle consorterie, dalle corporazioni di ogni genere. Per loro merito non è l’eccellenza delle elites, sono le ore di studio, lavoro, l’intraprendenza, un’idea, la fatica. Per eccellere, per competere, per sopravvivere. Contro un potere monolitico, distante dalla realtà, del tutto indifferente ai meriti e ai bisogni.

Si, perché il merito è il più grande amico del bisogno. Schiacciando il merito la spesa sociale non la sostieni più, ti scoppia in mano. Il merito invece fa progredire l’individuo e tutta la società. Una società più meritocratica produce più ricchezza. Che consente di aiutare chi ha bisogno.

Ma il merito è anche e soprattutto una opportunità, energia pura, una grande risorsa. La più grande, con potenzialità immense, fin ora inesplorate, sprecate o perdute a vantaggio di altri Stati nostri concorrenti che si prendono i nostri cervelli in fuga, che ci succhiano ogni giorno linfa vitale.

Il merito, come una reazione chimica, è difficile metterla in moto ma poi può diventare inarrestabile. Il merito produce merito, con effetto moltiplicatore. Premiare – davvero – i dipendenti pubblici efficienti e punire – davvero – gli scansafatiche significa poter offrire a cittadini e imprese risposte certe e tempestive, sentenze rapide, appalti pubblici trasparenti. Significa ridurre la corruzione e favorire la concorrenza e la crescita.

Il merito infine è un metodo. Saper entrare “nel merito” dei problemi. Per farlo ci vogliono competenza, studio, attenzione anche ossessiva, altrimenti i mille blocchi italiani li scalfisci solo in superficie. Merito significa allora sporcarsi le mani con le cose vere, concrete, di ogni giorno, non è vuota astrazione, proclama, bandiera elettorale.

Italia, 2015, il merito è tutto questo, chimera, rischio, opportunità, metodo, voglia di cambiamento vero. Un grido, una invocazione, una necessità, obiettivo da perseguire, progetto di futuro non più rinviabile.

Non sta a noi dire chi ha merito e chi no, né se ci meritiamo uno spazio per dire la nostra.

Nostro obiettivo è entrare nel merito dei problemi, non nasconderli e aggirarli, sfidarli. Credere nei capaci e meritevoli, pretendere uno Stato non ostile, per poter crescere come individui e come società.

Deve essere possibile accendere una scintilla.

Sdegno per le cose come sono. Coraggio per cambiarle.

Noi ci proviamo.

Simone Lucattini

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