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ISSN 2532-8913

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Misericordia, inclusione e speranza. Costruire organizzazioni aperte alla relazione

di Martin Schlag

Nella vita di ogni giorno sentiamo spesso utilizzare le parole misericordia, inclusione e speranza da persone aventi cultura e modi di pensare diversi. Queste tre parole legate tra di loro da un filo immaginario costituiscono la chiave per potere creare delle organizzazioni che pongono le relazioni umane al centro del loro interesse. Si potrebbe cominciare da due figure della mitologia greca - Giasone e Ulisse - per analizzare due differenti comportamenti nell’affrontare le sfide che li attendono.

Ambedue devono affrontare il canto ammaliatore delle sirene che distrae l’equipaggio impedendo il ritorno a casa.

Ulisse, pur di ascoltare le bellissime melodie, preferisce farsi legare all’albero della nave e far tappare le orecchie con la cera all’equipaggio. Il suo è quindi un atteggiamento essenzialmente esclusivo.

Giasone invece, per superare il luogo abitato dalle sirene, porta con sè Orfeo, inutile nel remare, ma utile con il suo canto più bello e potente di quello delle sirene tanto da surclassarle.

A ben vedere, quindi, Giasone, a differenza di Ulisse, ha un atteggiamento inclusivo poiché rinuncia al piacere personale e preferisce non ostacolare l’affermazione del bene comune e cioè il ritorno a casa della nave.

L’inclusione e l’esclusione sono due atteggiamenti - alternativi - che si presentano costantemente nelle attività che si affrontano ogni giorno; tocca a ciascuno di noi la scelta.

L’atteggiamento inclusivo porta con naturalezza al bene comune e si realizza non solo come somma dei beni individuali. A ben vedere, il bene comune non è una somma ma un prodotto. Ed infatti, facendo un parallelismo con le operazioni aritmetiche, nell’addizione se un addendo è zero il risultato finale non cambia; nella moltiplicazione, invece, se uno dei due numeri è uguale a zero, il prodotto sarà pari a zero indipendentemente dal valore dell’altro numero. Allo stesso modo, se in una comunità la dignità umana di uno dei suoi componenti è calpestata, o se uno dei due in una coppia vuole stravincere, il bene comune della comunità, e quindi la comunità stessa è distrutta.

Ogni persona desidererebbe lavorare per il bene comune e avere relazioni buone in senso umano: è proprio insito in ciascuno di noi.

Tale desiderio nell’economia significa includere i poveri, gli emarginati, i sottoprivilegiati nella società e nel mercato. Spesso però si viene ad essere ostacolati dalla presenza dei concorrenti, dei nemici, degli inopportuni, dei fastidiosi o degli antipatici, i quali nei momenti di scarsità e difficoltà diventano ingombranti.

Essi vanno affrontanti ricordandosi che l’essere umano sperimenta la relazionalità con la vita, le persone o il mondo, come dono e misericordia. Tali fattori rendono ogni persona unica e irripetibile.

La misericordia va intesa non solo come la compassione soggettiva della miseria altrui, ma soprattutto come lo sforzo oggettivo di rimuovere le cause del male nella misura in cui risulta possibile. La misericordia infatti oltre a rivendicare la giustizia, ossia il dare ciò che compete come giusto, si impegna a affermare il diritto di riconoscere alle persone ciò che gli appartiene, come il tempo, l’impegno o i soldi.

Il dono invece è il cuore della misericordia, in tutta la sua ampiezza. La teoria del dono da decenni affascina e sconcerta l’interesse delle scienze sociali proprio perchè ha tolto le coordinate al calcolo utilitarista oggi predominante, basato sul principio di giustificare qualsiasi attività umana solo se si riceve qualcos’altro come vantaggio.

Il dono infatti oltre a riempire di un profondo desiderio di umanità le attività umane, nella realtà si presenta come l’elemento costitutivo dell’ordine sociale. Ciò che sembra essere dovuto per giustizia si presenta infatti come dono di chi avrebbe la forza e la potenza fisica umana di sottomettere gli altri al proprio arbitrio.

Vivere secondo giustizia è un atto di rinuncia libera, non costretta, da parte di chi potrebbe farne a meno; il potente infatti avrebbe la forza per imporre i suoi voleri, ma per un imperativo di coscienza si sottomette a una norma che dà spazio al meno forte, riconoscendone il diritto.

Anche i grandi pilastri della società umana quali la dignità umana, la libertà e l’uguaglianza sono essenzialmente doni. Delle grandi teorie che sono state sviluppate per fondare questi valori, la teoria della riconoscenza di ogni individuo come persona è quella che si è affermata di più.

Essa non si basa su una qualità, ma sulla relazionalità che è insita in ogni persona fin dal momento del concepimento. Per il mero fatto di esistere un essere umano possiede uno spazio sociale che gli è dovuto ed effettivamente donato dalla riconoscenza libera degli altri uomini. Argomentando a pari, anche quando il diritto è negato, la negazione avviene in seguito al riconoscere l’esistenza di un nuovo essere umano: la negazione quindi si rivolge contro “qualcuno”.

Allo stesso modo la dignità può essere affermata come la capacità, dell’uomo e della donna, di entrare in relazione con Dio che come creatore, redentore e santificatore è donazione di se stesso.

Nella sfera socio-politica il dono si presenta anche come misericordia, non solo come giustizia: l’incondizionata accettazione dell’altro come fine e non solo come mezzo - si pensi al criminale o al nemico - produce un atteggiamento che va oltre il dovuto.

Anche la carità sociale trova nel dono la definizione di virtù come amore per il bene comune, anche se nella realtà ferita dal peccato e dal male, alcuni membri della società non adempiono il loro dovere. Vuol dire che non si comportano secondo le richieste del bene comune e non adempiono i doveri verso la comunità. Interviene a questo punto la cosiddetta solidarietà sociale a supplire la loro trascuratezza.

Volgendo lo sguardo dalla politica alla sfera economica, vediamo anche lì l’importanza del dono sia nell’ambito della giustizia che in quello della gratuità.

Il cardine dell’economia del libero mercato è la proprietà privata senza la quale non esisterebbe lo scambio che si basa sull’esistenza di più proprietari: offro a un altro un bene mio in cambio di uno suo.  La proprietà, come la dignità umana, è frutto di una riconoscenza in cui si stabiliscono e si rispettano limiti di libertà individuale e familiare.

Questi limiti però non esistono nella natura del mondo immateriale, ma sono frutto di una rinuncia alla prepotenza dei forti, e quindi si affermano sempre come un dono.

La proprietà privata infatti, se giuridicamente parlando viene definita come un diritto, dal punto di vista antropologico si afferma invece come un dono.

Anche lo scambio giusto contiene un dono. La mancata sopraffazione del più forte economicamente parlando, non è altro che una rinuncia donata.

In generale, il dono permea tutti i rapporti economici o in altre parole tutto il mercato, formato da innumerevoli relazioni fra persone. Questi rapporti possono avere un carattere molto diverso: di sopruso, dominazione, aggressione, alienazione, ecc.; oppure di amicizia, cooperazione, inclusione, ecc.; dipenderà dall’atteggiamento con cui gli operatori economici ci si avvicinano. In altre parole dipende dal loro pre-dono: essi daranno un senso umano al mercato solo se vedono negli altri operatori economici persone con dignità e non pezzi tecnici in una macchina.

La vita in un mondo concorrenziale è competitiva e dura. Se vogliamo che sia anche umana, deve esserci spazio per il dono e la gratuità.

Infine anche nell’economia globale di mercato - che affermiamo come sistema più capace di includere i poveri e creare prosperità per tutti - ci sono ambiti, in cui la generosità del dono e della misericordia sono imprescindibili. Sono in concreto tre: l’educazione, la sanità, e l’aiuto iniziale per uscire dalla “trappola della povertà”.

In questi tre ambiti il dono necessario è la donazione di mezzi materiali, che assumono un carattere quasi di investimento. Senza di loro il sistema crollerebbe.

(23 giugno 2016)

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