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Valori e disvalori del lavoro: è giusta la meritocrazia? (di José Angel Lombo)

Che il Papa Francesco fosse specialmente sensibile alla realtà concreta e più specificamente al mondo dei lavoratori, era realtà ormai conosciuta. E che fosse persona diretta che non ama troppo i giri di parole, non era nascosto a nessuno. Ma nella sua recente visita allo stabilimento Ilva, durante il viaggio a Genova, ha puntato il dito verso una questione molto più profonda delle condizioni esistenziali - già di per sé drammatiche - dei lavoratori metalmeccanici.

Il contesto era particolarmente interessante ed emblematico, dal momento che contava sulla presenza di imprenditori, rappresentanti sindacali, impiegati e anche di persone disoccupate. In un certo senso si poteva considerare un campione dell’intera società italiana (e non solo).

 

La trasformazione dei valori del lavoro

A un certo punto, un lavoratore ha fatto un brevissimo intervento. Non si trattava di una domanda, ma della semplice descrizione di una situazione. Nel leggere il testo, forse la prima cosa che sorprende è l’apparente anonimato di questa persona. Nella pubblicazione del discorso sul sito ufficiale del Vaticano tutti gli altri interventi hanno infatti un nome: l’imprenditore Ferdinando Garré del distretto Riparazioni Navali; Micaela, rappresentante sindacale; Vittoria, disoccupata. Ma nel caso che ci occupa, il sito dice semplicemente così: "un lavoratore" (per la precisione: "che fa un cammino di formazione promosso dai Cappellani"), senza indicarne il nome. L’impressione che questa persona incarni un sentire universale è assai rafforzata da questo anonimato. E, in effetti, il suo brevissimo intervento è di grande spessore. Dice così: "Non raramente negli ambienti di lavoro prevalgono la competizione, la carriera, gli aspetti economici mentre il lavoro è un’occasione privilegiata di testimonianza e di annuncio del Vangelo, vissuto adottando atteggiamenti di fratellanza, collaborazione e solidarietà. Chiediamo a Vostra Santità consigli per meglio camminare verso questi ideali".

Si tratta, seppur educatamente, di una denuncia: quella di una contraddizione fra i valori che dominano de facto le relazioni lavorative, e quelli che dovrebbero corrispondere "idealmente" alla natura del lavoro, descritto come occasione privilegiata di testimonianza e di annuncio del Vangelo. Perciò, destrezze come la competizione, la bravura nella carriera e la ricerca dei risultati economici, vengono contrapposte ad atteggiamenti come la fratellanza, la collaborazione e la solidarietà.

A prima vista, potrebbe sembrare un confronto fra hard skills e soft skills. Niente di più lontano dalla realtà, come dimostra la risposta del Pontefice. Questa va letta però nell’insieme degli altri interventi, e lui stesso riconosce di aver letto previamente le domande e di aver già preparato le risposte (non lunghissime, neanche brevi), evidentemente arricchite nel dialogo personale. E tuttavia il filo conduttore, l’impianto di pensiero di Papa Francesco, è articolato e preciso e si può condensare in questa idea: il lavoro è un dono e un compito attraverso il quale fiorisce la dignità dell’uomo, e proprio perciò esso sta alla base della società democratica. Se si lede il lavoro, si nuoce la dignità umana e si pregiudica l’intera società.

Lavoro e competenza interna dell’impresa

Anzi tutto il Papa approfondisce le osservazioni del suo interlocutore, rilevando il veloce cambiamento dei valori del lavoro, che sono stati sostituiti progressivamente da quelli della grande impresa e della grande finanza. Punta il dito così su due di questi valori - in realtà, disvalori: la competizione interna e la meritocrazia.

In effetti, oggi si promuove la competizione all’interno dell’impresa, invece di puntare sulla cooperazione, la mutua assistenza e la reciprocità. "L’accento sulla competizione all’interno dell’impresa, oltre ad essere un errore antropologico e cristiano, è anche un errore economico", dirà il Pontefice. In altre parole: è anche un approccio fallimentare dal punto di vista economico, in quanto indebolisce i rapporti di fiducia che stanno alla base della stessa impresa, compromettendone la sostenibilità. Così conclude il ragionamento: "quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione fra loro, magari nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce presto per minare quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione".

Qui bisogna fare qualche precisazione. Il Pontefice parla innanzitutto di competizione "interna", non "esterna", vale a dire non mette qui in discussione il valore della competizione esterna fra diverse imprese come strumento dell’economia di mercato. D’altra parte, non sembra escludere neanche radicalmente la competizione interna, ma considera sbagliato porre l’accento primariamente su di essa, invece che sulla cooperazione.

Lavoro e meritocrazia

Il secondo disvalore cui fa riferimento Papa Francesco è la meritocrazia. Si tratta di un aspetto più sottile di quello precedente, che richiede a mio avviso una più attenta considerazione. Da una parte, la meritocrazia si fonda ovviamente sul merito, e questo sembra avere una valenza morale propria, che richiama specificamente la giustizia. Così intesa, l’idea di merito è inseparabile dal lavoro e dall’azione umana in generale: si merita quello che spetta a quello che si fa.

Il problema arriva quando si considerano "meritevoli" attributi o qualità che non provengono dal proprio lavoro, ma da situazioni o contingenze circostanziali, come la propria nazionalità, le relazioni, o addirittura le proprie titolazioni quando queste non sono supportate da risultati oggettivi (da "mettersi in gioco" o "scendere in campo").

Questo scambio dei "meriti morali" per "qualità circostanziali" - un vero quid pro quo - interpreta i talenti delle persone non come doni, ma come mezzi per determinare "un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi". A partire da qui si sviluppano almeno due conseguenze.

Da una parte, si rende possibile una strumentalizzazione ideologica della meritocrazia, vale a dire il suo impiego come strumento "eticamente legittimato" per giustificare la diseguaglianza. Ma la diseguaglianza -non la diversità -, considerata in modo radicale, non è altro che ingiustizia.

D’altra parte, questo rivestimento da moralità di ciò che è invece meramente circostanziale non è operato soltanto in senso positivo - pretendere di avere meriti in ragione della propria situazione -, ma anche negativo, e cioè colpevolizzando la sventura o le condizioni svantaggiate di alcune persone, ragionando in questo modo: "io merito la ricchezza che ho, tu meriti la povertà che hai".

In effetti, è abbastanza ovvio che la strumentalizzazione della meritocrazia, nel consacrare un sistema di disuguaglianze, provoca una crescente emarginazione delle persone svantaggiate. Il problema è che una marginalità sempre crescente rende impossibile la partecipazione sociale e insostenibile l’economia (impedendo, per esempio, la proporzione fra la produzione di beni e la capacità di acquisto da parte di un numero crescente di consumatori). Siamo di fronte di nuovo a un approccio fallimentare dal punto di vista non soltanto antropologico ed etico, ma anche economico.

Spunti critici conclusivi: una sana meritocrazia?

Non sono mancate visioni critiche su queste analisi di Papa Francesco (si veda, per esempio, quelle dell’Istituto Acton, nella recente lettera intitolata "Il problema dell’economia del Buon Pastore": http://it.acton.org/article/05/31/2017/lettera-da-roma-il-problema-dell’economia-del-"buon-pastore").

Come segnala il direttore dell’Istituto Acton a Roma, Kishore Jayabalan - con un approccio critico, ma in realtà assai convergente con il Pontefice - "se la speculazione, la concorrenza e la meritocrazia sono gli spauracchi del capitalismo, la centralità della persona umana è il rimedio. ‘L’economia deve servire le persone, non il contrario’ è ciò che ripete sempre la dottrina sociale cattolica". Certamente la centralità della persona umana è il rimedio, perché in realtà è la raison d'être della stessa economia.

Mi sembra doveroso sottolineare perciò che il Pontefice non critica l’idea di merito e neanche, di conseguenza, una sana meritocrazia. Che il merito sia uno strumento per progredire nella carriera professionale è conseguenza della stessa natura del lavoro professionale: è il modo in cui ogni persona "professa" quello che è davanti agli altri in base alle proprie azioni. Il merito è la garanzia che il giusto riconoscimento e la retribuzione non dipenda primariamente da fattori esterni alla persona o meramente circostanziali (favori, raccomandazioni; fluttuazioni dei mercati; fattori politici, sociali o ambientali; tecnologia e mezzi di produzione …). Il problema è quando il merito non si fonda sul lavoro, ma su circostanze contingenti, delle quali - a rigore – il soggetto non è l’autore, bensì soltanto un ricevitore.

L’economia non è possibile senza le differenze. Diceva Milton Friedman che "una società che mette l'eguaglianza davanti alla libertà non avrà né l’una né l’altra". Lo scambio economico ha bisogno della diversità: una pluralità di agenti e una diversificazione dei loro prodotti. Ma ha bisogno anche di uno spazio comune che chiamiamo "mercato" e più in generale "società umana". Lo stesso Friedman affermava che "il principio politico che sta sotto al meccanismo di mercato è l’unanimità". Laddove la diversità sbocci in disuguaglianza, il mercato e la società inizieranno a sgretolarsi.

In fondo, la società è possibile perché siamo capaci di mettere in gioco ciò che è proprio di ognuno (i meriti) in uno spazio di condivisione. Perciò, anche se la competizione è necessaria e legittima, la cooperazione sarà sempre prioritaria. Non c’è merito senza mettersi in gioco assieme ad altri.

(6 luglio 2017)

* José Angel Lombo è Professore di Etica Fondamentale, Facoltà di Filosofia, Pontificia Università della Santa Croce

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