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ISSN 2532-8913

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Mercato vitivinicolo e distretti culturali. Intervista a Enrico Viglierchio (Banfi S.r.l.) (di Simone Lucattini)

Nel più puro spirito de "Il Merito. Pratica per lo sviluppo" c’interessa guardare la realtà "dal basso", dal caso concreto. Piedi per terra. E qui – è proprio il caso di dirlo – terra e territorio sono alla base di tutto. Si parla di eccellenze del vino. Ne parliamo con Enrico Viglierchio, presidente e amministratore delegato di Banfi S.r.l., la più grande cantina vinicola di Montalcino con 2.830 ettari di vigneto. Banfi S.r.l. è stata una delle promotrici del marchio Brunello nel mondo, aprendo il mercato USA e puntando, per prima, sull’incoming sviluppando un progetto di accoglienza di alto livello sul territorio.

 

  • La nostra Rivista è sempre attenta ai percorsi professionali e di carriera di chi riesce ad arrivare al vertice di importanti realtà imprenditoriali del nostro Paese. Ci racconti la sua storia.

 

Nato a Savona il 3 Dicembre 1965, ho fatto tutti i miei studi in Liguria e mi sono laureato in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Genova nel 1990. Dal 1990 al 1998 ho poi maturato un’esperienza variegata presso la 3M Italia, inizialmente come Controller per finire come Responsabile Unità Produttiva dei Prodotti Fotografici di Ferrania (SV). Dall’agosto del 1998 sono entrato in Banfi prima come Responsabile della Cantina di Strevi (Alessandria) e dal gennaio 2001 ricopro la posizione di Direttore Generale – Amministratore Delegato di Banfi.

  • Ecco, la prima cosa che mi viene in mente quando sento "Banfi" sono Montalcino, Siena e il loro territorio che sembrano davvero possedere tutti gli elementi per costituire un forte distretto culturale: un ricco tessuto socio-culturale e ambientale da cui far partire l'integrazione delle risorse, dei servizi di accoglienza e di fruizione, dei centri di competenza e di ricerca, delle filiere dei prodotti tipici e artigianali …

 

Il vino è prodotto ma allo stesso tempo storia, sapere, scienza … cultura! Montalcino ha in sé tutti gli elementi paesaggistici, storici e territoriali necessari, ed indispensabili, allo sviluppo di un Distretto Culturale di Eccellenza. Banfi ha, fin dalle origini, modellato il suo percorso di sviluppo e crescita legandosi in modo indissolubile e sinergico al territorio ed ai suoi elementi unici. Questo legame, costantemente alimentato e cresciuto nel tempo in modo biunivoco e sinergico, è alla base del percorso di Banfi in questi anni sia dal lato produttivo che di sviluppo dell’accoglienza, della ricerca, dell’innovazione e della comunicazione. Montalcino non è solo vino ma un modello di Distretto Agroalimentare ove il vino rappresenta la punta di diamante. Sicuramente in Italia abbiamo una pluralità di questi territori il cui sviluppo dipende in modo indissolubile dal matrimonio tra il territorio, ed i suoi elementi caratteristici, e gli attori preposti alla valorizzazione e comunicazione degli stessi.

  • Distretto culturale significa ottenere vantaggi di agglomerazione e di rete nei sistemi territoriali di offerta e consumo culturale. Significa quindi coordinamento dell’offerta, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, promozione turistica, partnership pubblico-privato. Nessuna retorica, però. Non sempre la cultura porta crescita economica e, d’altronde, il distretto culturale non sempre è un successo (non pochi infatti sono i fallimenti: cfr. M. Nuccio - D. Ponzini, La cultura non cresce nel distretto, in lavoce.info del 18 agosto 2016). Buona regola è allora studiare i casi di successo, italiani e non. "Dalla teoria alla pratica", come auspica un recente studio sui distretti culturali (G.P. Barbetta - M. Cammelli - S. Della Torre, Distretti culturali: dalla teoria alla pratica, Bologna, Il Mulino, 2013). Ci vogliono visione di lungo periodo, progettualità, realismo (studi di fattibilità), e anche un’aspra selettività, da parte dei finanziatori, nella scelta dei progetti da portare avanti. Tutte caratteristiche non sempre appartenenti alla nostra classe dirigente ...

 

Il Distretto Culturale nasce in primis al suo interno, o meglio, il seme deve essere piantato dai suoi attori. Alcune volte il "big bang" è casuale in quando si verificano eventi che mettono in luce un potenziale sempre esistito ma mai portato alla luce: interesse da un imprenditore esterno, interesse giornalistico/mediatico, eventi socio/economici,... Da qui deve poi partire una progettualità di lungo termine per alimentare la fiamma e rendere il distretto sempre più autostenibile. Il ruolo del pubblico dovrebbe proprio essere quello di affiancare la progettualità e fornire le giuste risorse sia economiche che tecniche ed umane finalizzate alla crescita di esso con lo scopo di portarlo ad essere autosufficiente ed autoalimentante. Su quest’ultimo aspetto sono concentrate le maggiori criticità in quanto è estremamente difficile riuscire a costruire un dialogo ed un percorso condiviso pubblico-privato di lungo periodo evitando le scorciatoie e tenendo fermo l’obiettivo finale. Montalcino ritengo sia un esempio virtuoso e Banfi è sicuramente stata una delle primarie scintille che hanno contribuito ad innescare il big bang!

  • Guardando al mercato vitivinicolo, balza agli occhi come la maggior parte delle più prestigiose aziende vinicole italiane siano ormai di proprietà straniera. In questo modo non si corre il rischio di avere aziende avulse dal territorio di riferimento?

 

Domanda che, rivolta a Banfi, non può che avere una risposta: in Italia abbiamo una pluralità di aziende con proprietà di varia origine sia territoriale che di settore. Ritengo che la generalizzazione non sia opportuna. Più che l’origine della proprietà conta la motivazione con cui si investe in questo settore.

  • A proposito di investimenti, le aziende medio-piccole come possono affrontare i mercati internazionali che richiedono investimenti in marketing sempre crescenti e volumi di vendita significativi?

 

L’Italia ha una pluralità di micro, piccole e medie imprese nel settore vino maggiore di qualunque altra realtà. E, di conseguenza, un portafoglio prodotti estremamente diversificato e parcellizzato. Fattori che, se da un lato possono rappresentare un ostacolo da un punto di vista commerciale e di marketing, vanno però anche visti come un patrimonio immenso ed unico. Nel 2008 la Comunità Europea ha varato la misura OCM Vino – Promozione Paesi Terzi – allocando un budget importante per ogni stato membro finalizzato a progetti di sviluppo su paesi terzi. Tali misure vanno nella direzione di fornire strumenti adeguati a tutte le realtà del settore per supportare strategie di penetrazione e diversificazione commerciale nei vari mercati, attuali e potenziali, al di fuori del territorio comunitario. Misura che, nella spirito del legislatore, è volta a preservare e supportare il tessuto imprenditoriale del nostro paese dando l’opportunità alle realtà di minore dimensione di unirsi in ATI finalizzate all’export vitivinicolo.

  • In confronto ai nostri competitors, anche europei - la Francia soprattutto -, si ha però la sensazione di una maggiore coesione del sistema-Paese che sta alle spalle dei produttori. Condivide questa sensazione?

 

In parte condivisibile. Sicuramente l’Italia è un paese meno coeso della Francia e questo lo vediamo sotto vari aspetti sia economici che socio-culturali. Nel nostro settore dobbiamo anche tenere presente le differenze strutturali, territoriali e storiche che ne sono alla base e che rappresentano un forte elemento di differenziazione tra noi e la Francia. D’altro canto il demandare la competenza della Politica Agricola alle Regioni ha reso ancora più difficile una programmazione a livello nazionale di medio- lungo termine. Il ciclo produttivo del vigneto è di circa 30 anni e necessita di una visione di lungo termine e di regole stabili e certe, e forse è proprio qui che il nostro sistema pecca maggiormente.

  • E non solo nel settore vitivinicolo, mi permetto di aggiungere. Anche nel settore della viticoltura mi pare peraltro che il peso e i costi della la burocrazia siano sensibili …

 

Burocrazia e controlli non mancano, possiamo "fare scuola a tutti" su questo! E’ un problema di grande attualità, avvertito da tutta la nostra filiera produttiva ma dobbiamo anche sottolineare che un grande passo in avanti è stato fatto con l’approvazione della Legge 12 dicembre 2016, n. 238 relativa alla "Disciplina organica della coltivazione della vite e della produzione e del commercio del vino" (c.d. Testo Unico). Una legge che nasce da un lungo lavoro di stretta e costruttiva collaborazione tra la filiera ed il legislatore. Una norma finalizzata a raccordare in modo più organico molto della legislazione vigente ed a creare le premesse per una semplificazione della struttura e delle procedure di controllo volte a renderli più snelle ma allo stesso tempo più efficaci.

 

(28 febbraio 2017)

 

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