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ISSN 2532-8913

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Economia, etica e onestà... intellettuale (di Paolo Zanotto)

«Tate, che cosa significa etica?».«Ti faccio un esempio: un cliente entra nel negozio mio e di Bär, compera della merce per sessanta fiorini e paga con una banconota da cento. Improvvisamente mi accorgo che si è dimenticato di chiedermi il resto. A quel punto subentra l’etica: devo tenermi tutti i quaranta fiorini o devo dividerli con il mio socio Bär?»I.

La tesi che si è cercato di argomentare in un volume pubblicato qualche anno fa è che il sistema economico-sociale che ha caratterizzato il mondo occidentale moderno garantendo secoli di benessere e crescita economica si è gradualmente snaturato, smarrendo la propria “anima”, cosicché il suo corpo appare ormai sfibrato e ammalato.

Tale anima simbolica era costituita dal midollo etico che in origine ne garantì l’affermarsi, l’espandersi e un duraturo successo; il suo corpo è invece il puro sistema produttivo che ancor oggi sussiste, girando a ritmi vorticosi, senza tuttavia riuscire a generare i medesimi effetti positivi[1].

I primi, veri, “economisti” furono dei “moralisti”: si pensi a Francis Hutcheson o allo stesso Adam Smith. Eppure, nel mondo di oggi dove l’Economia domina ogni aspetto della vita sociale, sovrastando la stessa Politica, dell’etica pubblica, così come della morale individuale, si è smarrita ogni traccia. Un’idea plausibile del perché sussista un simile stato di cose sembrerebbe arguirla il filosofo statunitense Robert Nozick nelle sue Philosophical Explanations, laddove osserva come le verità etiche non trovino una loro collocazione nel quadro scientifico del mondo contemporaneo: «Simili verità non sono mai asserite da teorie scientifiche o controllate da procedure scientifiche – i microscopi e i telescopi non rivelano fatti etici; la scienza, nella sua veste di immagine completa del mondo, non sembra lasciare spazio a fatti etici o verità etiche»[2].

Anche ad avviso del teologo svizzero Hans Küng occorre rendere il sistema economico-produttivo “più giusto”, applicando un principio comportamentale ispirato a valori etici, alla cui base dovrebbero collocarsi due imperativi morali: quello della “reciprocità” – icasticamente sintetizzata nella regola aurea del “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” – e quello della “umanità”, che dovrebbe imporre il principio (affatto scontato a quanto pare) di trattare ogni essere umano come tale. Su simili basi si fonda un’etica economica intesa quale “atteggiamento morale interiore”, un ethos ispirato a un patrimonio di norme e modelli comuni a tutte le grandi religioni e culture laiche del mondo[3].

L’analisi di Küng, tuttavia, merita qualche parola in più. Se molte delle proposte contenute nella pars construens sono degne di attenzione, infatti, le premesse che costituiscono la pars destruens purtroppo non appaiono per niente convincenti. È pur vero che lo stesso Küng ammette, con apprezzabile sincerità, le proprie carenze e lacune in fatto di teoria economica, mettendo più di una volta le mani avanti nella prefazione del proprio libro. Nondimeno, ciò non pare sufficiente a giustificare alcune posizioni sulla storia del pensiero economico. Sarà sufficiente limitarsi a pochi, ma efficaci, esempi al fine di documentare queste affermazioni. A onor del vero, ad aggravare la situazione nell’edizione italiana è intervenuta pure una traduzione non sempre, ci pare,  precisa, ma proprio per questo i rilievi e le contestazioni mossi al testo di Küng saranno condotti anche sulla scorta del testo originale.

Nel secondo capitolo della sua opera, intitolato “Un’economia di mercato pura?” (Marktwirtschaft pur?), l’autore introduce il concetto, non propriamente tecnico, di “ultraliberalismo economico” (ökonomische Ultraliberalismus). Nell’incipit del paragrafo si legge: «L’ultraliberalismo economico, ovvero l’ultraliberismo, risponderebbero alcuni dei suoi rappresentanti, sarebbe morale di per sé»[4]. L’affermazione non convince affatto, e neppure la traduzione italiana a dire il vero. Tanto per cominciare, l’inciso «ovvero l’ultraliberismo» è del tutto assente nell’originale e non avrebbe potuto essere altrimenti vista la peculiarità del termine italiano “liberismo”, sulla quale abbiamo avuto modo di soffermarci a lungo nel già rammentato studio[5]. Ma su cui converrà spendere qualche parola anche in questa sede.

In secondo luogo, se nel titolo del paragrafo l’autore impiega indubbiamente il discutibile neologismo ökonomische Ultraliberalismus, nel testo si può leggere, invece, ökonomische Liberalismus. La frase in questione, pertanto, andrebbe tradotta letteralmente in un modo che suona assai differente: «Il liberalismo economico, risponderebbero alcuni dei suoi esponenti, è di per se stesso morale» (Der ökonomische Liberalismus, würden manche seiner Vertreter antworten, sei aus sich selbst moralisch)[6].

Più avanti, nondimeno, l’errore viene reiterato[7]. Il paragrafo successivo, infatti, s’intitola “I pionieri dell’ultraliberismo: L. von Mises e F. A. von Hayek” e l’originale non è molto più esatto: Vorkämpfer des Ultraliberalismus: L. v. Mises, F. A. v. Hayek. Nella traduzione italiana si torna a  parlare di “liberismo classico” laddove l’originale tedesco suona come Der klassische ökonomische Liberalismus. Successivamente, ci s’imbatte nella davvero troppo generica affermazione secondo cui «Tutti riconoscono che Hayek era troppo individualista nella sua impostazione […]». “Tutti” chi?! Anche lui stesso?! Meriterebbe approfondire la questione insieme a qualche rappresentante dell’anarco-capitalismo per verificare se condivida o meno un simile giudizio. La perentoria affermazione di Küng pare una generalizzazione davvero eccessiva per un teologo del suo livello, abituato a sottigliezze metafisiche. La frase, peraltro, prosegue definendo Hayek come «[…] sostenitore dell’autonomia morale e di conseguenza con una concezione “atomistica” della società». Affibbiare con tanta nonchalance una simile etichetta a un pensatore che a lungo si soffermò a enucleare e approfondire il concetto di “catallassi”, francamente, è un tale colpo basso da esigere una qualche difesa, seppure d’ufficio e a posteriori.

Andando a controllare il testo tedesco, si può riscontrare ancora una volta un’eccessiva libertà di traduzione. La frase «Man erkennt: Hayek war in seinem ganzen Ansatz zutiefst individualistisch, an der sittlichen Autonomie und folglich an einer “atomistischen” Gesellschaftsauffassung orientiert», in effetti, andrebbe resa più o meno così: «Come si vede, Hayek era profondamente individualista in tutto il suo approccio all’autonomia morale e, quindi, orientato verso una concezione “atomistica” della società». Ecco dunque che la generalizzazione iniziale svanisce come per incanto e, d’altronde, “profondamente” suona molto diverso rispetto a “troppo”, che implica un giudizio di valore. Sebbene edulcorata e meno perentoria, tuttavia, permane anche nell’originale l’ardita, quanto infondata, accusa d’inclinazione all’atomismo sociale.

Non sarà necessario, qui, riprendere il filo dell’annosa querelle sorta a suo tempo fra Benedetto Croce e Luigi Einaudi riguardo alle specifiche qualità del “liberismo” rispetto al “liberalismo”[8]. Basterà rammentare, in proposito, la singolarità del termine italiano liberismo, che rispondeva all’esigenza di scindere l’aspetto economico-sociale da quello filosofico-politico, definendo l’atteggiamento incline alla libertà d’intrapresa in maniera talmente tipica da non trovare un corrispettivo negli altri idiomi occidentali. Va peraltro ricordato che, inizialmente, la parola venne utilizzata per designare, di preferenza, le posizioni liberoscambiste. Non è quindi da escludersi a priori l’ipotesi secondo cui, dal punto di vista etimologico, proprio a partire dalla medesima concrezione che dette vita al neologismo “liberoscambismo” in seguito si sia potuta originare – attraverso una sorta di procedimento sincratico – la sineresi “liberismo”. La definizione di tale concetto politico-economico, nondimeno, risultava viziata da un utilitarismo edonistico di fondo, che trovava il proprio sostegno nel presupposto teorico generalmente noto come principio dell’homo oeconomicus[9]. Tale dettaglio si rivela alquanto significativo se si pensa come, nello studio in analisi come peraltro sovente anche altrove[10], a esser definiti impropriamente “liberisti” siano gli esponenti dell’austro-liberalismo. Significativa perché costoro, in realtà, non avrebbero alcunché da spartire con tale corrente di pensiero[11]. Esattamente al contrario, tali autori giungerebbero addirittura a configurarsi come i più radicali contestatori, se non altro dal punto di vista della teoria economica, del fondamento utilitaristico dell’economia classica[12]. Ma una simile impostazione, ovviamente, presuppone una profonda critica di tutte le relative componenti dell’utilitarismo, con in testa proprio l’homo oeconomicus, che – Croce docet – si era sempre ritenuto costituissero i cardini del liberismo[13].

Un successivo paragrafo di Onestà è dedicato a Milton Friedman, definito come “l’ispiratore della reaganomics e del tatcherismo [sic!]” (Der Inspirator von Reagonomics [sic!] und Thatcherismus)[14]. Continuando a districarci fra amenità lessicali come il sottile concetto filosofico di Ultraliberalismus, puntualmente tradotto con “ultraliberismo”, si ricorda poi che nel 1976 «il premio Nobel andò a un altro [espressione la quale implica che anche il precedente, ovvero Hayek, fosse tale] economista ultraliberista» (ultraliberaler)[15]. Küng allude a Friedman, appunto, che era «da lui influenzato» (von ihm beeinflusster), dove “lui” sta per Hayek. Il che non pare storicamente corretto, considerate  le ormai secolari polemiche fra Scuola Austriaca e Scuola di Chicago. E, del resto, non è un semplice caso fortuito se per contro Scuola austriaca e Scuola neoclassica si sono sovente ritrovate su sponde teoriche opposte[16].

Con Friedman Küng sembra calcare troppo la mano. L’economista di Chicago, infatti, in barba perfino al principio di non-contraddizione, viene definito come “ultraliberista radicale” (radikale Ultraliberale) e, al contempo, come “estremamente conservatore” (extremkonservativer). Un simile “accanimento espressivo”, in cui a un prefisso come “ultra” si ritiene di dover affiancare un aggettivo come “radicale”, sembra non tenere conto dell’esistenza di forme ben più radicali di liberalismo economico presenti nel panorama intellettuale, per le quali, si può immaginare immagina, Küng stesso rimarrebbe a corto di rafforzativi.

Si segnala, inoltre, che a ispirare il programma politico-economico promosso dal presidente americano Ronald Reagan – noto come “economia dell’offerta” (supply-side economics) e da Küng chiamato con espressione giornalistica reaganomics – non fu Milton Friedman, bensì l’economista della University of Southern California Arthur Laffer[17]. In secondo luogo, come detto, Friedman apparteneva a una scuola di pensiero distinta da quella di cui faceva parte Hayek, che d’altronde fin dall’inizio Küng bolla come Grenznutzenschule, dimostrando in tal modo di confondere la Österreichischen Schule con il fenomeno del “marginalismo” tout court, tanto che a suo avviso si sarebbe trattato semplicemente di «sviluppi radicali delle teorie economiche liberali» (radikale Weiterentwicklungen liberaler Wirtschaftstheorien) a suo tempo enucleate in Gran Bretagna dalla Scuola classica dell’economia politica[18].

Fra le maggiori differenze che sussistono tra le due scuole di pensiero, come noto agli esperti, vi è la valutazione circa il ruolo della matematica nella disciplina economica. La Scuola di Chicago, come tutte le correnti appartenenti al filone neoclassico, si affida all’impiego del formalismo matematico nel proprio approccio allo studio della materia. La Scuola Austriaca, per contro, rigetta il ricorso alla matematica contrapponendole l’impiego della logica verbale nell’analisi economica, in quanto «per gli Austriaci, l’utilizzo delle scienze matematiche in economia appare vizioso perché le stesse uniscono sincronicamente grandezze che sono eterogenee dal punto di vista temporale e della creatività imprenditoriale»[19].

Tutto ciò si coniuga con estrema difficoltà con affermazioni come questa: «Alcuni economisti, che dagli anni Sessanta sognavano, con l’aiuto della matematica e delle possibilità ad essa legate, di trasformare anche l’economia in un sistema di formule, di spiegarla e prevedere i suoi sviluppi, e farne così una scienza esatta come la fisica e la chimica, […] non hanno saputo riconoscere i limiti dei loro modelli matematici, e così non sono stati capaci di prevedere la crisi economica e finanziaria»[20]. E qui davvero non si capisce più se Küng si stia riferendo alla Scuola Austriaca o a “qualcos’altro”, in quanto proprio gli esponenti della Scuola Austriaca sono stati, come noto, fra i pochissimi a prevedere in anticipo le gravi recessioni economiche che hanno travolto il mondo occidentale: negli anni Venti del Novecento, come oggi. E ciò proprio perché non utilizzano la matematica, ma la logica!

La critica, in tutta “onestà”, potrebbe proseguire. Posto che quello di Küng non è purtroppo l’unico travisamento o svilimento del pensiero della Scuola Austriaca in circolazione – pensiero che, anche nel nostro Paese, è spesso oggetto di rappresentazioni semplificatrici e ideologicamente condizionate -, tornando a Onestà ci sia consentito osservare che forse anche Küng, in questo caso, non ha saputo riconoscere i propri limiti! Giacché invoca il bisogno di una maggiore “onestà”, non avrebbe guastato dare il buon esempio cominciando proprio da quella intellettuale…

 (30 novembre 2017)

I Aa. Vv., Nuove storielle ebraiche. Rabbini, mercanti, accattoni, cantastorie, sensali di matrimonio, introduzione, scelta e note a cura di Ferruccio Fölkel, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2001 [1ª edizione: 1990], p. 103.

[1] Cfr. Paolo Zanotto, La metamorfosi del pensiero occidentale. Scritti di Storia delle idee, Siena, Editoriale Logos, 2012 [1ª edizione: 2010].

[2] «Ethical truths find no place within the contemporary scientific picture of the world. No such truths are established in any scientific theory or tested by any scientific procedure – microscopes and telescopes reveal no ethical facts. In its guise as a complete picture of the world, science seems to leave no room for any ethical facts or truths»: Robert Nozick, Philosophical Explanations, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1981, p. 399, trad. it. Spiegazioni filosofiche, Milano, il Saggiatore, 1987, p. 447.

[3] Cfr. Hans Küng, Anständig wirtschaften. Warum Ökonomie Moral braucht, München, Piper Verlag, 2010, trad. it. Onestà. Perché l’economia ha bisogno di un’etica, Milano, Rizzoli, 2011.

[4] Ivi, p. 41.

[5] Cfr. Paolo Zanotto, op. cit., pp. 179-183.

[6] Cfr. Hans Küng, op. cit., p. 41.

[7] Ivi, p. 42.

[8] Cfr. Benedetto Croce - Luigi Einaudi, Liberismo e liberalismo, a cura di Paolo Solari, Milano-Napoli, Ricciardi, 1988 [1ª edizione: 1957].

[9] È risaputo come, storicamente, l’origine di tale concetto sia attribuibile a John Stuart Mill, non a Smith, in quanto egli fu il primo ad astrarne gli elementi costitutivi: sul tema si consulti il saggio di José Atilano Pena López, El problema de la racionalidad en la economía neoclásica, in “Procesos de Mercado: Revista Europea de Economía Política”, Vol. II, No. 2 (Otoño 2005), pp. 41-80.

[10] Cfr. Raimondo Cubeddu, Atlante del liberalismo, Roma, Ideazione Editrice, 1997, pp. 113-124.

[11] Ivi, p. 149, nota 27.

[12] Ivi, p. 122.

[13] «Basti, ad esempio pensare alla critica che Menger rivolge ai fondamenti della teoria classica del valore»: Ivi, p. 154, nota 123.

[14] Cfr. Hans Küng, op. cit., p. 46.

[15] Ibidem.

[16] Cfr. Mark Skousen, Vienna & Chicago: Friends or Foes? A Tale of Two Schools of Free-Market Economics, Washington (DC), Capital Press, 2005. Per una prospettiva “austriaca” sul fondatore della Chicago School si veda il saggio di Murray N. Rothbard, Milton Friedman Unraveled, in “Journal of Libertarian Studies”, Vol. 16, No. 4 (Fall 2002), pp. 37-54.

[17] Sia concesso rinviare in proposito a Paolo Zanotto, Il Movimento Libertario americano dagli anni Sessanta ad oggi: radici storico-dottrinali e discriminanti ideologico-politiche, Siena, Università degli Studi di Siena, 2001, p. 163.

[18] Hans Küng, op. cit., p. 42.

[19] Jesús Huerta de Soto, La Escuela Austríaca: mercado y creatividad empresarial, Madrid, Editorial Síntesis, 2001, cap. I, § 8, p. 27, trad. it. La Scuola Austriaca. Mercato e creatività imprenditoriale, a cura di Paolo Zanotto, prefazione di Raimondo Cubeddu, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino Editore, 2003, p. 34 (corsivo originale).

[20] Hans Küng, op. cit., p. 47 (corsivi aggiunti).

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