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ISSN 2532-8913

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Non basta (di Simone Lucattini)

Non basta, contare su 50.000 Lettori, i veri e unici padroni della Rivista:5.000, invece di 50.000, e oggi stesso – garantisco – avremmo chiuso i battenti. Avrei scritto un mesto e forse un po’ rabbioso commiato, non una ripartenza.

 

Non basta. Eppure il risultato – non ci nascondiamo – va oltre ogni aspettativa, per una Rivista nata senza grandi sponsor o affiliazioni. Ma si può e si deve fare meglio, nei contenuti, nella partecipazione. Soprattutto non mi pare ancora scattata la reazione chimica realtà- idee- soluzioni pratiche (cfr. La rivista), la fusione, in un tutt’uno, dei due livelli nei quali si articola la Rivista - “Nel merito” (studio e proposta) e “In pratica” (laboratorio e servizio).

Non basta, ovviamente. Italia ancora “maglia nera” in Europa per libertà del sistema economico, attrattività per i talenti, qualità del sistema formativo, pari opportunità, certezza delle regole, trasparenza, mobilità sociale (dati OCSE, Eurostat e di altri autorevoli centri di ricerca europei: cfr. Meritometro 2016, in www.forumdellameritocrazia.it).

Non basta, di fronte al gran e vuoto parlare che si fa ogni giorno del merito: politici, industriali, sociologi, ognuno fa il proprio compitino nel decantarne le virtù. Non intendiamo seguire la moda. Ma su questo mi sento di rassicurare il Lettore, numeri alla mano: un solo articolo sui 77 fin qui pubblicati parla di merito e meritocrazia (il mio, Il Merito come Metodo), e lo fa per riaffermare che “il merito … è soprattutto un metodo: saper entrare “nel merito” dei problemi. Per farlo ci vogliono competenza, studio, attenzione anche ossessiva; attitudine a sporcarsi le mani con i fatti, le cose vere, concrete”. Non basta, forse, ma è questo l’unico antidoto che conosciamo per non ingrossare le fila di quanti riducono il merito a vuota astrazione, proclama, bandiera elettorale. Che poi sono gli stessi che sventolano la bandiera del merito fin quando li gratifica molto e li impegna poco, ma che se ne ritraggono non appena tocca la propria carriera o il proprio interesse personale. Tutti bravi a parole, ma guai quando merito significa sottoporsi ad una qualche valutazione comparativa o dover studiare un problema complesso: entrare nel merito, sporcarsi le mani con fatti e dati. Bello il merito, finché rappresenta un’idea indefinita … ma meglio le stabilizzazioni, a seguito di reclutamenti discutibili, o i finti concorsi, interni o riservati, o le valutazioni che premiano tutti (eclatante il caso della Scuola raccontato da G.A. Stella, La scuola che boccia il merito, in Corriere della sera del 6 gennaio 2017). E si potrebbe continuare, fino al largo (e trasversale) consenso che raccolgono all’interno della nostra classe politica quei sistemi elettorali che premiano la fedeltà al segretario di partito-estensore delle liste piuttosto che l’attaccamento del candidato al collegio, la credibilità di fronte agli elettori. Il merito fa sempre un po’ paura.

L’aspetto selettivo – aspro – del merito va dritto al problema dei problemi, quello della classe dirigente pubblica. Che è problema di formazione e selezione. Sono venute meno le scuole di partito, l’Iri – palestra di manager pubblici, pur cresciuti all’ombra della politica –, anche la Banca d’Italia mostra qualche acciacco e la Scuola superiore della pubblica amministrazione non è mai decollata, neppure avvicinandosi al livello dell’Ena francese (cfr. S. Rizzo, La repubblica dei brocchi. Il declino della classe dirigente italiana, Feltrinelli, Milano, 2016).

Politica e amministrazione, le due basi sui cui si reggono gli Stati, non brillano – diciamo così – per capacità selettiva. Come notato da Sabino Cassese (Lo Stato inefficiente è l’imbuto dove tutto si ferma, in Corriere della sera del 4 gennaio 2017), l’introduzione dello spoils system, invece che portare i meriti dentro la pubblica amministrazione, “ha soddisfatto la fame di posti di un ceto politico privato delle sue riserve precedenti (partecipazioni statali e banche pubbliche)”. Non poche resistenze e tentativi di aggiramento soffre poi la regola del concorso (articolo 97 della Costituzione) valida, come chiarito dalla Corte Costituzionale, anche per l’accesso alle qualifiche superiori, che deve passare attraverso un concorso aperto anche agli esterni, con una limitata quota di riserva per gli interni (cfr. G. Corso, Il merito nella Costituzione, in questa Rivista).

Nei partiti di più antica tradizione la selezione (anche dei c.d. tecnici d’area) sembra reggersi, sempre più, su cooptazione e fedeltà; e anche il nuovo che avanza – che si fa forte della propria fresca inesperienza – finisce spesso per appoggiarsi, a livello “tecnico”-amministrativo, al vecchio che più vecchio non si può. Cronache di questi giorni.

Il più classico dei circoli viziosi, de-merito chiama de-merito: difficile che un politico selezionato per fedeltà al leader si circondi di tecnici forti e indipendenti; difficile imporre riforme basate sul merito se non iniziano i nostri vertici amministrativi abituati invece a spartirsi premi “di risultato” a pioggia, attraverso l’autovalutazione.

Ma è quando questa potente e mediocre classe dirigente si mette all’opera che i guasti non si contano. E sono tutti, o quasi, riconducibili al medesimo atteggiamento culturale. Che è poi l’esatto opposto di quel “conoscere per deliberare” invocato dall’Einaudi delle Prediche inutili: non fare mai (o rinviare sempre) i conti con la realtà effettuale. Un esempio per tutti: quante sono e cosa fanno esattamente le società partecipate su cui si è di recente intervenuti? Ancora oggi, a riforma fatta, non lo sappiamo con esattezza (cfr. R. Perotti, Status quo, Feltrinelli, Milano, 2016, p. 131 ss.).

Dice bene lo stesso Perotti, “per fare scelte ponderate bisogna sporcarsi le mani con i dati; bisogna uscire dal provincialismo e informarsi sulle esperienze di altri paesi; bisogna studiare le alternative dal punto di vista del cittadino utente, cosa molto più difficile che basarsi sui colloqui con i lobbisti, i sindacalisti, gli imprenditori, o i fautori dello status quo per comodità. In altre parole, bisogna “chinare la testa e lavorare”” (Status quo, p. 13). Un libro – Status quo – sul merito, lo definirei. Dove si parla di classe dirigente e spesa pubblica: i due principali blocchi oggi in Italia. E il merito c’entra molto, in entrambi i casi: poco merito nella selezione della classe dirigente; cronica incapacità di entrare nel merito e quindi affrontare la questione-spesa pubblica, che significa, prima di tutto, avere chiara la composizione della spesa e poi tagliare selettivamente. Ci vuole coraggio, per farlo. E non può averlo il politico in cerca di riconferma, né aiutarlo il burocrate troppo fedele o il “tecnico” debole di competenze. Cercasi politici dotati di visione e un qualche respiro e funzionari con la spina dorsale dritta … e un po’ di sana pragmatica follia. Perché le riforme (pubblica amministrazione, in primis) e le azioni (revisione della spesa pubblica) più importanti e urgenti presentano alti costi politici nell’immediato e producono benefici solo sul medio-lungo termine. Ci vuole metodo, allora: lavorare duro su dati e numeri (come ha fatto C. Cottarelli, La lista della spesa, Feltrinelli, Milano, 2015) può servire a fare buone riforme e, prima ancora, a renderle realizzabili, contenendo gli inevitabili costi politici e sociali. Ci vuole anche tempismo: le riforme, specie quelle amministrative (la dirigenza pubblica), vanno realizzate subito. Ad inizio legislatura (la prossima?), quando il governo è più forte. L’obiettivo è avere vertici amministrativi che riescano, con le loro competenze, a frenare o, all’occorrenza, a spronare la politica, dati e numeri alla mano: “amici”, al massimo, non “dipendenti” (di partito). Eppoi meno formalismo giuridico, basta con la concertazione a tutti i costi, la prassi consolidata, il culto del precedente, quell’insopportabile e inutile “si è sempre fatto così” (intanto la nostra pubblica amministrazione affonda al 17° posto su 23 in Europa, davanti a Grecia, Croazia, Turchia e alcuni paesi dell’ex blocco sovietico: cfr. la recente elaborazione della CGIA Mestre su dati Commissione europea, in www.cgiamestre.com). E basta, per favore, con formulette o slogan che rimbalzano dall’ultimo convegno “sui massimi sistemi” al think tank à la page fino al decisore politico … e ritorno. Ci vogliono studio ossessivo dei problemi, presa diretta sulla realtà, dati, cose vere, proposte in grado di incidere. Il primo vincolo è sempre quello di realtà. E la realtà non ci da molto tempo per cambiare direzione.

Ebbene (si fa per dire), di fronte alla dimensione dei problemi in campo non bastano certo i nostri (spero sempre più numerosi e affezionati) Lettori e i nostri (spero sempre più puntuali e interessanti) articoli. Non basta, ovviamente. Ma se è vero che c’è bisogno di un cambiamento anzitutto culturale mi sembra di poter dire che il metodo e lo spirito de “Il Merito. Pratica per lo sviluppo” sono quelli giusti: entrare nel merito dei problemi attraverso i meriti degli Autori. Di qui si deve ripartire oggi, nei nostri scritti e in ogni nostra futura iniziativa: teoria e pratica insieme; teoria al servizio della pratica; metodo empirico; approccio “dal basso”. Affrontare ogni problema, anche il più micragnoso e ostico, non trascurare il dettaglio, non fermarsi al fine (la riforma), ma studiare i mezzi, gli effetti, i costi. Ai Lettori chiederei invece di diventare Autori, di sfidare gli Autori con idee più efficaci, più innovative, più eretiche; di sottoporre casi concreti, i meriti che si realizzano e quelli schiacciati: vita reale (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. è l’indirizzo).

Un anno di Merito: 77 articoli e 50.000 Lettori. Non basta. Ma consentitemi di concludere così come iniziammo – era il gennaio 2016 –: “Sdegno per le cose come sono. Coraggio per cambiarle. Noi ci proviamo” (Manifesto).

 

(16 gennaio 2017)

 

In Evidenza

Le autorità indipendenti come hub della classe dirigente (amministrativa, professionale, tecnico-economica) (di Guido Bortoni)

“Coltivare e custodire” una classe dirigente è, da un lato, l’obiettivo principale per un Paese occidentale moderno e, dall’altro, è diventato per l’Italia il problema dei problemi.

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Le nuove frontiere dell’antitrust. Un dialogo con Roberto Chieppa (di Simone Lucattini)

Meriti “del” e “nel” mercato: meriti individuali - di singoli e imprese - e capacità del mercato di far emergere tali meriti. Di questo, e di molto altro (merito nella pubblica amministrazione e buone pratiche della regolazione), si parlò nel I convegno della nostra Rivista dal titolo “Merito e Crescita” (Università Luiss Guido Carli, 9 giugno 2016). A distanza di più di un anno da quella occasione congressuale abbiamo pensato di proseguire il dialogo avviato allora con Roberto Chieppa, Segretario Generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e Presidente di Sezione del Consiglio di Stato. Un dialogo sulle recenti tendenze nel diritto antitrust a livello italiano ed europeo.

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Scuole di eccellenza in Francia (di Frédéric Puigserver)

Introduzione

Mi pare importante evidenziare fin da subito come il programma di questo convegno menzioni – in francese – il termine "élite". La Francia è, infatti, senza dubbio un riferimento per discutere di questo tema.

Sono molto lieto di partecipare a questa discussione, personalmente ed anche come rappresentante di ciò che viene prodotto dal sistema francese di selezione delle “élite” amministrative, in quanto mi sono laureato in una grande école francese – cioè un tipo di università selettiva che abbiamo in Francia – come ingegnere, poi ho frequentato la Scuola Nazionale di Amministrazione (ENA) e attualmente sono membro del Consiglio di Stato. Inoltre, ho avuto alcune responsabilità presso l'Istituto di Studi Politici di Parigi – che chiamiamo “Sciences Po”, che è anche una grande école francese e che ha significativamente contribuito al dibattito che ci riunisce oggi, come spigherò più tardi.

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Economia, etica e onestà... intellettuale (di Paolo Zanotto)

«Tate, che cosa significa etica?».«Ti faccio un esempio: un cliente entra nel negozio mio e di Bär, compera della merce per sessanta fiorini e paga con una banconota da cento. Improvvisamente mi accorgo che si è dimenticato di chiedermi il resto. A quel punto subentra l’etica: devo tenermi tutti i quaranta fiorini o devo dividerli con il mio socio Bär?»I.

La tesi che si è cercato di argomentare in un volume pubblicato qualche anno fa è che il sistema economico-sociale che ha caratterizzato il mondo occidentale moderno garantendo secoli di benessere e crescita economica si è gradualmente snaturato, smarrendo la propria “anima”, cosicché il suo corpo appare ormai sfibrato e ammalato.

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La valutazione delle performance per il miglioramento della regolazione (di Nicolò Di Gaetano)


“Se non si può misurare qualcosa, non si può migliorare”
(Lord Kelvin)

Come recita l’economia classica, in realtà ampiamente contraddetta dai teorici dell‘economia comportamentale con cui è stato di recente vinto un Nobel (Richard Thaler), in un mercato libero perfettamente concorrenziale e senza asimmetrie informative, il consumatore è in grado di poter scegliere il proprio fornitore attraverso la comparazione dei prezzi e della qualità dei beni (o dei servizi) che si accinge a comprare per soddisfare le proprie necessità. In questo mondo perfetto è la concorrenza che induce gli attori del mercato ad un continuo miglioramento delle proprie performance, soprattutto per generare quel profitto che è alla base della propria ragion di essere accanto all’accettabilità sociale e sempre più spesso ambientale che inizia a contraddistinguere alcune realtà più avanzate.

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Regolare la complessità del settore idrico (di Elena Gallo)

 

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L’industria dei servizi pubblici. Un dialogo con Stefano Venier (di Simone Lucattini)

Stefano Venier è alla guida di una delle più grandi multiutility italiane, Gruppo Hera, che opera nei settori dell’energia, dell’idrico e dei rifiuti, dovendosi quindi confrontare ogni giorno con diverse strutture di mercato e sistemi di regolazione.

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Lo stato delle tasse e delle mance (di Michele Governatori)

Una volta ancora quest’anno, in preparazione alla Legge di Stabilità, è arrivato il voto parlamentare necessario per Costituzione (la quale prevede il principio dell’equilibrio di bilancio) a permettere un deficit dei conti pubblici.

Qual è la strategia politica sottesa, in questa scelta? Quella di uno Stato sempre più esteso nella sua influenza nell’economia, spacciata per lo più come stimolo alla “crescita”, ma che nel contempo si permette di restare inefficace nei settori che invece sicuramente gli attengono, e la cui deficienza altrettanto sicuramente ha effetti negativi sulla crescita, in primis istruzione, giustizia e garanzia di legalità, burocrazia.

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NEL MERITO

IN PRATICA