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ISSN 2532-8913

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Intelligenze artificiali: perché crediamo ancora nel merito (di Francesco Laschi)

“La disumanità del computer sta nel fatto che, una volta programmato e messo in funzione, si comporta in maniera perfettamente onesta” (Isaac Asimov)

 L’intelligenza artificiale (AI) è uno dei temi più dibattuti dell’ultimo anno, ormai considerato asset strategico per il futuro di molte aziende, e centrale in molte discussioni istituzionali e non.

Il 25 e 26 settembre, a Torino, si è tenuto il G7, incentrato sulle tematiche e problematiche riguardanti lo sviluppo dei sistemi digitali, attualmente ancora poco normati, e la predisposizione di linee guida per le nuove tecnologie; a tal proposito sono state stilate regole e indirizzi per il futuro da parte della delegazione Giapponese, che ha presentato un documento dal titolo “Draft AI R&D Guidelines for Internationals Discussions” consultabile qui - http://www.soumu.go.jp/main_content/000507517.pdf - contenente un’analisi non solo incentrata sul business ma, anche, sui risvolti etici e “filosofici”.

Gli obiettivi del report redatto dal Giappone sono di individuare un metodo per comprendere a pieno l’intelligenza artificiale, in modo da riuscire a prendere in considerazione ogni aspetto e risvolto dell’utilizzo futuro di tale tecnologia. La filosofia di base  è contenuta nella relazione finale del G7[1], che ha fissato,  per punti,  l’approccio da adottare[2]:

  1. Comprendere che le questioni economiche, etiche, culturali, regolamentari e giuridiche legate all'intelligenza artificiale debbono essere accuratamente studiate e comprese dai responsabili politici, dall'industria e dalla società civile.
  2. Avviare una discussione aperta e multi-stakeholder che riguardi l’impatto dell’intelligenza artificiale su crescita economica, creazione di posti di lavoro, produttività, innovazione, responsabilità, trasparenza, privacy, sicurezza online e offline.
  3. Esplorare approcci multi-stakeholder a questioni politiche e normative che includano profili tecnici e sociali coinvolti dall’intelligenza artificiale.
  4. Avere una migliore comprensione di come il potenziale dell’intelligenza artificiale possa essere pienamente ed equamente messo al servizio di tutta la società, e come la forza lavoro attuale e futura possa avere le competenze necessarie per lavorare con tecnologie basate sull’intelligenza artificiale.

I punti fissati spostano l’attenzione sull’impatto civile e sociale  che l’adozione di tali tecnologie potrebbe portare, visto  che i benefici economici sono già sotto gli occhi di tutti.

Durante il summit si è espresso al riguardo anche il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, richiamando l’attenzione sugli aspetti profondi e sociali della questione:

“Dell’intelligenza artificiale ancora non conosciamo e non capiamo completamente le implicazioni, implicazioni rispetto al mondo del lavoro, ma anche le implicazioni etiche più profonde che si vanno ad aprire”

Ancora una volta il Ministro, sottolinea l’importanza di un utilizzo consapevole, nel rispetto di un approccio incentrato sull’uomo, per capire prima di utilizzare, comprendere prima di adeguarsi totalmente all’intelletto robotico.

Onestamente una mente computerizzata, capace di rispondere a domande e sollecitazioni, ma anche di apprendere dalle proprie esperienze e sviluppare skills di problem solving in autonomia, fino a qualche anno fa poteva essere mera fantascienza. Ciò che è certo è, che in un mondo imprenditoriale, dove il lean management e il risparmio dei costi diventano fondamentali per massimizzare utili e efficienza, l’aiuto della mente-macchina può essere fondamentale e minimizzare i margini di errore; con questo non intendiamo ipotizzare che la mente umana diventi presto obsoleta, anzi, riteniamo che la collaborazione fra i due cervelli, quello umano e quello robotico, possa dare vita a proficue sinergie e  generare una qualità del prodotto/servizio mai viste prima.

I possibili campi di applicazione  ormai sono molteplici; pensiamo ad esempio al mondo della finanza e delle banche. Negli ultimi mesi, numerosi report sull’argomento (invitiamo a consultare i siti di Deloitte e McKinsey) hanno sottolineato come i CEO degli istituti finanziari stanno pensando di introdurre strumenti del genere e, in alcune realtà, lo hanno già fatto  attraverso lo sviluppo di advisor robotici e chatbot. Secondo il rapporto “AI and You” di Deloitte e Efma[3], due terzi dei manager riconoscono la strategicità dell’AI, soprattutto per incrementare l’esperienza di fruizione, il coinvolgimento del cliente e in generale tutti i customer service.

In Italia, molti istituti e start up hanno adottato soluzione di advisory robotico e chatbot, come Moneyfarm o Che Banca!, beneficiando del “potere dell’immediatezza”, del machine learning e della centralità del cliente[4].

Si apre quindi un mondo molto vasto dove l’AI non è solo strumento ma ambasciatore del brand, non solo tool di back-end ma catalizzatore della rivoluzione di engagement e user experience.

Considerando poi che il machine learning non è solo una metodologia di apprendimento ma un vasto magazzino di dati, raccolti in modo rapido e catalogati, utilizzabili poi in modo strategico, non è sbagliato pensare che l’AI possa essere utilizzata come strumento per la crescita dei dati personali raccolti durante il contatto con il consumatore finale; sappiamo infatti che, oggi e ancor più in futuro, il valore dei dati (dei Big Data) costituirà un patrimonio per l’azienda in prospettiva commerciale, nonché di posizionamento, marketing, esperienza offerta ecc.

Questo è quanto ci dice la logica economica. Ma un tema di così ampia portata, qule quello dell’intelligenza artificiale, pone anche ineludibili problematiche sociali, come evidenziato nei 4 punti cfissatio nella citata relazione finale del G7. Innanzitutto, quale fine farà, di fronte alla tecnologia, il nostro amato merito, nel senso di capacità individuali?

Quello che ci sentiamo in tutta onestà di dire è che pareesagerato pensare ad un mondo futuro dove gli umani saranno in toto rimpiazzati da macchine con capacità cognitive avanzate; difficile ad esempio immaginare che macchine, ancorchè estremamente avanzate, possano sostituire l’uomo in professioni creative, che implicano un certo grado di senso comune o istintività.

In un interessante intervento al Wired Next Fest di Milano (maggio 2017)[5], Jerry Kaplan[6] ha evidenziato piuttosto come sia a rischio occupazionale chi svolge un lavoro ripetitivo: pensiamo ad un carpentiere, ma anche alla redazione di documenti notarili standard o alla compravendita immobiliare. Tra le soluzioni proposte da Kaplan per scongiurare la disoccupazione massiva in alcuni settori c’è allora l’erogazione di liquidità bancaria legata al conseguimento di nuove competenze per coloro che perderanno il proprio lavoro, in modo da garantire il loro reinserimento  lavorativo che, a sua volta, consenta di restituire il credito accordato; oppure la possibilità di accedere alla formazione e all’educazione professionale in tutti i cicli della vita, per non rimanere “culturalmente” isolati di fronte ai nuovi sviluppi tecnologici.

Il rischio è che le disuguaglianze sociali si accentuino sempre più all’interno delle società occidentali, dando luogo a fenomeni di ripiegamento ed isolazionismo, visto come l’unica via per proteggere i lavoratori meno specializzati dalla globalizzazione e dallo sviluppo tecnologico. Se gli sviluppi dell’intelligenza artificiale sono ancora in parte ignoti e imprevedibili, questa è, invece, già una certezza. La disuguaglianza tra ricchi e poveri, a cui la globalizzazione e il capitalismo odierno ci hanno abituato (il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è circa nove volte quello del 10% più povero[7]), potrebbe essere, quindi, accentuata dallo sviluppo di AI; la speranza è che il progresso tecnico non sia rilegato alla mercé di pochi, ma costituisca un patrimonio al servizio di tutti, per contribuire concretamente al benessere della società.

(25 ottobre 2017)

 

[1] http://www.mise.gov.it/images/stories/documenti/G7_ICT_Industry_Declaration_%20Italy-26%20Sept_2017.pdf.

We recognise that the current advancements in new technologies, especially Artificial Intelligence (A.I.) could bring immense benefits to our economies and societies. We share the vision of human-centric A.I. which drives innovation and growth in the digital economy. We believe that all stakeholders have a role to play in fostering and promoting an exchange of perspectives, which should focus on contributing to economic growth and social well-being while promoting the development and innovation of AI. We further develop this vision in the “G7 multistakeholder exchange on Human Centric AI for our societies” set forth in Annex 2 to this declaration”.

[2] Traduzione del documento a cura di Bancaforte.it - http://www.bancaforte.it/articolo/il-g7-mette-le-regole-all-intelligenza-artificiale-RB81122c -.

[3] https://www2.deloitte.com/it/it/pages/financial-services/articles/ai-and-you---deloitte-italy---financial-services.html.

[4] Indigo AI ha sviluppato un chatbot (tutto italiano) in grado di aggiornarsi in base a gusti, richieste e interazioni con l’utente: www.ndg.ai.

[5] È possibile rivedere l’intervento qui: https://www.wired.it/economia/lavoro/2017/05/28/lavoro-allepoca-dellintelligenza-artificiale-al-wired-next-fest/.

[6] Esperto di AI, imprenditore e docente presso la Stanford University.

[7] Dati OCSE.

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