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Brexit, quando gli startuppers votano leave

di Francesco Laschi

La vittoria del leave nel referendum sulla Brexit non ha soltanto influenzato l’andamento dei mercati, ma ha scatenato – come da molti osservatori rilevato – reazioni e comportamenti sociologici, antropologici, economici. Questo breve contributo si propone di focalizzare l’attenzione sul fiorente mondo delle start up londinesi. Ma partiamo dal principio…

 Londra nel 2015 è il sesto luogo al mondo per presenza e nascita di start up, secondo il ranking di Compass (2015 Global Start Up Ecosystem Ranking, in www.compass.co). Attualmente sono occupati in aziende operanti nel mondo del digitale circa 350 mila londinesi. Inoltre, rispetto al 2014, gli investimenti nel digitale sono aumentati del 66% e il mercato segna un tasso di crescita annuo del 3,3%, con un valore complessivo stimato tra i 39 e i 49 miliardi di dollari.

Le start up in Inghilterra sono agevolate da una burocrazia snella e rapida, che consente di avviare nuove aziende a costi ridotti. Per aprire un’azienda in Gran Bretagna sono sufficienti più o meno 15 minuti ed un versamento di poche sterline alla locale camera di commercio. Non a caso a Londra è nato Level 39, che svolge una fondamentale funzione di incubatore di start up nel settore Fintech, in cui la tecnologia viene utilizzata per rendere i servizi finanziari più efficienti. Level 39, il più grande acceleratore di imprese smart, tecnologiche e innovative in Europa, ha dunque creato un innovativo modello di business ibrido tra il mondo degli start-upper e quello dei banchieri.

Dal documento di Compass, Start Up Ecosystem Report 2015, emerge che, attualmente, il mercato britannico delle nuove digitali è formato da startuppers provenienti da tutta Europa. Pertanto, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, da questo punto di vista, non potrà essere indolore, inducendo, probabilmente, molti giovani imprenditori non britannici, una volta venuta meno la libertà di circolazione di persone e beni, a non trasferire più i propri progetti in UK, a vantaggio magari di paesi con regimi fiscali assai favorevoli, quali ad esempio Polonia e Ungheria.

Gli stessi Stati Uniti, fin dal 2011, sono l’investitore internazionale principale in UK, attirati da un mercato molto vivo e dalla possibilità di aggirare le barriere di geoblocking, che impediscono ad alcune App o servizi di essere commercializzate in zone geografiche diverse da quelle d’origine. Tanto più che le start up inglesi sono più redditizie delle concorrenti statunitensi e il loro fatturato cresce con ritmi tre volte superiori: secondo il report European Unicorns 2016 di Gp Bullhound, i ricavi medi di una start up europea ammontano a 315 milioni di dollari, rispetto ai 129 di quelle statunitensi.  Perciò nel Regno Unito sono nati colossi quali Zalando, Shazam o l’italiana Yoox. E non a caso, Silicon Valley Bank (UK Start Up Outlook 2016, SVB, www.svb.com/ieo), ha intervistato un campione di CEO inglesi, operanti in di aziende digitali, dal quale è emerso che il 72% dei manager ritiene che sia vantaggioso rimanere all’interno dell’UE.

In conclusione, il mercato delle nasciture aziende digitali è, in questo momento, il mercato più in espansione al mondo, per velocità di crescita di investimenti, margini e tecnologie. Tale mercato non porta solo crescita del PIL, ma anche crescita culturale e tecnologica. Per la Gran Bretagna Brexit non è dunque soltanto un problema finanziario, bensì di crescita complessiva. D’altro canto, l’uscita dall’Europa offre ghiotte occasioni per gli altri paesi dell’Unione Europea. Pensiamoci un attimo. E se Milano diventasse, non soltanto sede dell’Autorità Bancaria Europea (EBA) e dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), come auspicato in questi giorni dal nostro premier, la prossima Fintech City Europea? Non male per un paese, come il nostro, agli ultimi posti in Europa per digitalizzazione (cfr. il Digital Economy & Society Index 2015).

(13 luglio 2016)

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“Se non si può misurare qualcosa, non si può migliorare”
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Come recita l’economia classica, in realtà ampiamente contraddetta dai teorici dell‘economia comportamentale con cui è stato di recente vinto un Nobel (Richard Thaler), in un mercato libero perfettamente concorrenziale e senza asimmetrie informative, il consumatore è in grado di poter scegliere il proprio fornitore attraverso la comparazione dei prezzi e della qualità dei beni (o dei servizi) che si accinge a comprare per soddisfare le proprie necessità. In questo mondo perfetto è la concorrenza che induce gli attori del mercato ad un continuo miglioramento delle proprie performance, soprattutto per generare quel profitto che è alla base della propria ragion di essere accanto all’accettabilità sociale e sempre più spesso ambientale che inizia a contraddistinguere alcune realtà più avanzate.

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