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ISSN 2532-8913

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Le banche e i crediti inesigibili. Tanto rumore per nulla?

(di Franco Mancini)          

 

Ho notato un insolito scalpore  sull’avvenuto accordo, a fine gennaio, tra il Ministro del Tesoro Padoan e la commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager per la risoluzione del problema dei crediti in sofferenza. Gli articoli di giornali si sono sprecati,  titoli quasi sensazionalistici, anche se ben poco si sapeva delle tecnicalità e, quindi, dei reali benefici di tale operazione.

Riassumendo brevemente, l’accordo prevede che le banche potranno creare un veicolo di cartolarizzazione (ex legge n. 130/1999, disposizioni sulla cartolarizzazione dei crediti) dove far confluire i crediti inesigibili. Il veicolo, nato per acquistare tali crediti, vende i crediti inesigibili (rectius trasferisce il rischio tramite emission di note), emettendo due tipologie di obbligazioni, con profile di rischio diverso: una junior (dove verranno assorbite le prime perdite in caso di cattiva performance nel recupero del credito sottostante) e una senior che dovrà invece avere un rating minimo di BBB, al fine di poter ottenere una garanzia statale nel caso in cui le perdite dovessero superare un certo limite.

 La mia impressione – lo dico subito – è che l’accordo sia stato fatto frettolosamente  in un momento di grossa debolezza dei mercati azionari, in particolar modo i titoli bancari italiani . Un accordo fatto, dunque, per tamponare la situazione, piuttosto che trovare una soluzione duratura ed efficace . Un modus operandi tipico di chi ha accesso alla stanza dei bottoni della finanza, già visto all’opera recentemente: ogni volta che i mercati vanno sotto pressione le banche centrali intervengono con parole rassicuranti e/o  iniezioni di liquidita’ “drogando” a tutti gli effetti  il mercato e le sue leggi.

Forse pochi sanno che la contrattazione tra l’Italia e  la commissione europea è andata avanti per oltre un anno:  originariamente si parlava della creazione di una bad bank in cui convogliare tutti i crediti deteriorati; la bad bank doveva essere però in parte finanziata dallo stato. Di fatto, sarebbe stato un aiuto  di stato, contrario alle logiche della concorrenza. Per questo non se ne fece nulla.

Sull’argomento mi pare di aver letto ben poco nei mesi passati: i mercati erano realtivamente forti, stime del PIL in (moderato) rialzo, tassi ancora ai minimi, e la percezione che l’unica banca con problemi seri  in Italia fosse  la pecora nera  Monte Paschi. Poi, nel momento in cui il sentiment di mercato è cambiato, i problemi di Pop.Vicenza, Etruria, Marche, etc. sono venuti alla luce, la pressione sul sistema bancario italiano è tornata a salire e si è quindi  intervenuti urgentemente  “forzando”, almeno a mio avviso, un accordo ben lontano, in termini di effettività, rispetto alla proposta iniziale della bad bank.

Ma forse vale la pena  fare un passo indietro per spiegare più in dettaglio cosa sono i crediti inesigibili, la loro entità e cosa è stato fatto per facilitarne la cessione (ed invogliarne l’acquisto sul mercato). Ma soprattutto mi pare utile provare a capire se l’accordo di fine gennaio  (quello tra il Ministro del Tesoro Padoan e la commissaria europea alla concorrenza) può essere visto come l’ultimo atto a coerente completamento di una serie di novità normative o, piuttosto, come una “pezza” messa là per evitare rischi sistemici.  

 Per comprendere l’entità, e i rischi, della situazione, basta leggere l’ultimo bollettino di Banca d’Italia che parla di crediti deteriorati  - meglio conosciuti con l’acronimo Inglese NPL (Non Performing Loans)[2]. Se si pensa che nel 2008 tali crediti rappresentavano poco più dell’1%, ci si rende subito conto del deterioramento creditizio cresciuto in modo esponenziale (oltre il 15% annuo). L’effetto negativo di ciò sui ratios patrimoniali  ha, del resto, costretto  le stesse banche  a “stringere i rubinetti del credito”, aggravando ulteriormente lo stallo economico.

La gestione e recupero dei crediti, ad eccezione di alcuni grossi gruppi bancari, viene affidata a servicers esterni, che possiedono una propria specializzazione territoriale e/o per tipologia di credito, da quello immobiliare al prestito al consume, giusto per fare un paio di esempi.  Infatti, l’entità dei portafogli, la mole di lavoro e le relative risorse, e, di conseguenza, i costi del recupero crediti, hanno costretto le banche a “delegare” all’esterno tale attività. Ad esempio, i grossi fondi esteri che hanno sviluppato un’expertise nel settore hanno, sia sotto forma di joint-venture o pura acquisizione, operato tramite un servicer domestico; una scelta non solo guidata dalla normativa (legge n. 130/1999) ma anche dalla necessità di acquisire subito local knowledge al fine di far fronte alle complessità del sistema giuridico italiano, che impattano notevolmente sulle tempistiche di recupero e, quindi, sui costi.

L’entità degli NPL e la complessitò del recupero di tali crediti rischiano di bloccare quell’accenno di ripresa economica fotografata da un  PIL tornato positivo nel 2014, dopo due anni di recessione, e stimolata dall’impegno del governo verso riforme strutturali pro-crescita, che hanno ri-acceso un qualche interesse della comunità finanziaria nei confronti dell’Italia.

Di qui l’impellente necessità di  facilitare e sveltire il processo di dismissione, da un lato, e recupero del credito, dall’altro. Ad inizio agosto è così entrato in vigore il decreto legge n. 83/2015, che ha introdotto sostanziali novità.  La vendita dei beni pignorati  può adesso essere effettuata per via extra- giudiziale; inoltre è prevista  la possibilità per la banca di portare a deduzione le perdite di un solo esercizio rispetto ai cinque del regime precedente. Il creditore potrà invece avvantaggiarsi della riduzione dei tempi di deposito della documentazione catastale, da 60 a 120 giorni, e della determinazione del valore dell’immobile al valore di mercato piuttosto che dalla rendita catastale. In aggiunta, viene creato un portale per le vendite pubbliche a livello nazionale, dove i beni pignorati devono obbligotoriamente essere registrati. Se non bastasse, il creditore potrà accedere liberamente all’anagrafe tributaria, all’INPS e al PRA, per la ricerca dei beni da sottoporre a esecuzione. Recentissimamente si è poi previsto quello che, a mio avviso, è forse il primo vero incentivo concreto, ossia  l’abolizione dell’imposta di registro del 9% per gli acquisti in asta, sostituito da una tassa di 200 euro.

Indubbiamente, il decreto 83/2015 va nella giusta direzione e sulla carta ci sono i presupposti per migliorare una situazione a dir poco critica; ma, nella pratica,  l‘esperienza mi insegna che nei mercati distressed (letteralmente, sconvolti … da debiti non pagati) il prezzo lo fa il compratore. E il compratore, in simili condizioni,  o fà l’affare o non investe. E, visto che l’accordo di fine gennaio fatto dal nostro Ministro del Tesoro prevede una vendita al “mercato”, senza un vero e proprio acquisto (neanche parziale) da parte dello stato, rimango dubbioso sulla sua efficacia, almeno in tempi brevi. Nulla da dire, le regole europee sulla concorrenza sono rispettate, ma forse l’obiettivo di far  dismettere alle banche più crediti deteriorate possibili è lontano. In altre parole, senza l’intervento dello “stato-salvatore”, che garantisca  crediti che dovranno, per forza di cose, essere acquistati a prezzi artificialmente più elevati rispetto a quelli spuntabili su un mercato speculativo, ho l’impressione che i compratori “non accorreranno”, per usare un eufemismo, e che sarà dunque difficile restituire solidità al sistema bancario. Si pecca quindi, a mio aviso, di eccessivo ottimismo, anche perchè da una prima analisi il “premio assicurativo” per la garanzia statale potrebbe risultare particolarmente oneroso : dipenderà molto  dalla qualità del portafoglio oggetto di vendita: peggiore la qualità, maggiore il premio. Non dimentichiamoci poi dei costi, non trascurabili, per ottenere il rating e  per la costituzione e mantenimento del veicolo che le banche dovranno creare.

Per concludere, non credo che la garanzia statale così strutturata costituisca la panacea di tutti i mali. Più realisticamente, ogni banca farà bene i propri conti e valuterà, caso per caso, la convenienza della garanzia. Sono comunque personalmente convinto che la dismissione dei crediti deteriorati continuerà, prevalentemente, tramite contrattazioni bilaterali tra le banche e il mercato. Tanto rumore per nulla (o poco)?


[2]Metodo di misurazione della capacità di assorbire perdite da NPL: Accantonamenti/ Totale prestiti.Le banche e i crediti inesigibili. Tanto rumore per nulla?          

    (24 febbraio 2016)

 

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