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ISSN 2532-8913

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Riflessioni di un “Cliente” dell’Università italiana

(di Andrea Rosazza)

 

In questo articolo vorrei proporre alcune riflessioni, da esterno ma non da estraneo, sui  numerosi dibattiti, a volte provocatori, che si leggono in merito ad un tema che, nonostante il tempo ormai passato, non mi sono ancora del tutto lasciato alle spalle: l’Università.

Non è un argomento qualunque ma è precisamente quello su cui si gioca il futuro di lungo termine dell’Italia. L’affermazione potrebbe apparire retorica: in fondo, su tante cose si gioca il futuro. Ma passando il tempo si tocca con mano che non vi è nulla di ciò che facciamo, pensiamo, scriviamo, che non porti, accanto a tante esperienze, l'impronta indelebile di Lei.

E la somma di tante impronte forma l'impronta dell’intero paese, un paese che è inevitabilmente figlio di chi lo ha formato e frutto di ciò che abbiamo imparato, specialmente all’Università.

Ci sono due opposte fazioni. La prima, onestamente più numerosa, è rappresentata dai detrattori. L’Università è piena di “baroni” che scelgono i loro collaboratori tra le amicizie, in alcuni casi tra le parentele, o tra quelli disponibili a passare una vita intera nel servilismo assoluto. Il suo prodotto - gli studenti neolaureati - è un'inevitabile conseguenza di questa situazione: masse di studenti incapaci e impreparati ad affrontare qualsiasi difficoltà del “mondo reale”.

Vi sono poi i sostenitori: in fondo le nostre scuole sono le migliori del mondo perché ancora diffondono un certo livello di cultura generale che non trova invece spazio nelle blasonatissime Università anglosassoni che, viceversa, produrrebbero specializzatissimi ignoranti.

Questi luoghi comuni sono alimentati dai fatti. Vorrei al riguardo citare due episodi riportati dalla stampa recente che mi hanno colpito non solo per la loro forza provocatoria, ma anche perché rappresentano bene, da un punto di vista autorevole, queste due opposte visioni.

Nel febbraio del 2016 il Ministro dell’istruzione Stefania Giannini scrive sulla propria pagina Facebook parole di elogio del nostro sistema-Università dopo che alcuni ricercatori italiani sono risultati vincitori di un prestigioso (ed economicamente ricco) bando europeo (ERC): “Un’altra ottima notizia per la ricerca italiana. Colpisce positivamente il dato del numero di borse totali ottenute dai nostri ricercatori, che ci posiziona al terzo posto insieme alla Francia. Ma, soprattutto, colpisce il fatto che siamo primi per numero di ricercatrici che hanno ottenuto un riconoscimento. Complimenti ai nostri ricercatori e alle nostre ricercatrici!”.

Una delle ricercatrici, Roberta d’Alessandro, ormai residente all’estero, ha colto la palla alla balzo per togliersi alcuni sassolini (o macigni) dalle scarpe: “La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendo, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai. E così, io, Francesco e l’altra collega, Arianna Betti (che ha appena ottenuto 2 milioni di euro anche lei, da un altro ente), in 2 mesi abbiamo ottenuto 6 milioni di euro di fondi, che useremo in Olanda. L’Italia ne può evidentemente fare a meno. Prima del colloquio per le selezioni finali dell'ERC, ero in sala d'aspetto con altri 3 italiani. Nessuno di noi lavorava in Italia. Immagino che qualcuno di loro ce l’abbia fatta, e sia compreso nella sua “lettura personale” della statistica. Abbia almeno il garbo di non unire, al danno, la beffa, e di non appropriarsi di risultati che italiani non sono”.

L’attacco è durissimo, ma la parte più impressionante deve ancora arrivare quando vengono additati i casi di mala-Università: un lungo elenco, in cui il vincitore del concorso non sarebbe la persona più titolata o più adatta, possedendo titoli e competenze diverse e non pertinenti rispetto all’insegnamento ricoperto.

In un articolo del prof. Edoardo Lombardi Vallauri comparso il 4 marzo 2016 on-line sulla rivista Il Mulino, intitolato “L'Università italiana non prepara al lavoro?”, si confuta invece la tesi (o il luogo comune) secondo la quale i laureati, collocati in qualsiasi contesto lavorativo, non sarebbero in grado di produrre la ricchezza che ci si aspetterebbe. Le aziende italiane attribuiscono la principale colpa all’Università che “non prepara i giovani per il lavoro”.

Nell’articolo si ribalta la prospettiva, mostrando come la missione dell’Università non sia quella di istruire “ometti o donnine a svolgere a menadito il compito Xy o il compito Qz”  ma di formare persone che, “avendo acquisito conoscenze generali nel settore, abbiano anche acquisito la capacità di imparare cose nuove”.

Studiare ad alti livelli serve a questo. Non importa se la tesi di laurea la fai sulla resistenza alla torsione di una lega dell’iridio o sulle varianti del Filocolo nei codici quattrocenteschi: l'importante è che facendo la tesi di laurea tu impari a che livello l’umanità è in grado di affrontare un problema, e non ti accontenti più dei livelli inferiori. Questo è il senso delle norme che hanno sempre richiesto titoli di studio più alti come condizione per i livelli di responsabilità più alti”.

L’articolo invoca sia l’esperienza personale dell’autore che le statistiche dell’Unione europea, per confermare che i laureati italiani, se hanno la forza di abbandonare il Belpaese, per andare, ad esempio, in Inghilterra o in Germania trovano immediatamente lavoro. Non è solo questione di cervelli in fuga – i bravi ricercatori (anche Lombardi Vallauri menziona l’episodio dei fondi ERC) –, ma anche di persone “normali”, che dopo aver studiato vogliono “semplicemente” lavorare.

Prosegue Lombardi Vallauri “La cosa più emozionante per loro [...] non è nemmeno trovare lavoro e quindi risolvere i loro problemi economici; è scoprire che sono bravi”. Dopo “anni di rifiuti e fallimenti in Italia ... scoprono che quindi invece sì, valevano qualcosa. Magari parecchio. Non erano loro, ma chi non li voleva assumere in Italia, a non valere niente. Perché i tedeschi non fanno certo regali”.

L’articolo si conclude rilevando con ironia che qualcosa non torna nell’equazione: “abbiamo un sistema di istruzione così inferiore al sistema Paese, che esportiamo masse di laureati. Immensamente di più di quanti ne importiamo. Si mettano una mano sulla coscienza tutti quegli italiani che – di solito dal “mondo del lavoro” – sparano a zero sulla nostra scuola e la nostra Università, dando ai governi di ogni colore un pretesto per infierire su uno dei settori strategicamente più essenziali per la vita e per l’economia di un Paese: scuola e Università, che di fatto formano individui adatti al mercato del lavoro nei Paesi in assoluto più progrediti. Mentre il mondo delle aziende in Italia non è capace di darglielo, un lavoro. Insomma, chi è che non fa bene la sua parte?”.

Riassumendo: qualcuno vorrebbe ribaltare il sistema universitario colpevole di logiche di reclutamento inspiegabili; altri, guardando al risultato complessivo, evidenziano come i nostri ex-studenti si distinguano là dove il mondo del lavoro è in grado di accoglierli.

Ora, secondo me è importante riconoscere che nella controversia è pesantemente coinvolto anche un terzo soggetto, la cui voce di solito è poco ascoltata. Siamo tutti noi, gli “utenti”, alcuni diretti (gli studenti), altri indiretti (ex-studenti che oggi interagiscono con i “prodotti” dell’Università). Siamo anche coloro che, incidentalmente, con la tassazione sovvenzionano l’Università e quindi nessuno si offenda se, non trovando un termine migliore, da qui in avanti chiamerò il terzo soggetto genericamente con il nome di “Cliente” che paga e in qualche modo usufruisce dei servizi erogati.

Noi Clienti, a prima vista, ravvisiamo un po’ di ragione sia nell’una che nell’altra posizione, per cui non sappiamo da che parte stare: dalla parte della conservazione o da quella della rivoluzione. Personalmente, la mia preferenza sarebbe, d’istinto, per la rivoluzione, ma non per gli stessi motivi della nostra ricercatrice emigrata in Olanda e nemmeno - temo - per i motivi invocati dalla maggior parte dei Clienti. Mi pare, a dirla tutta, che si diano per scontate cose che non lo sono affatto.

Ad esempio, chi ha detto che l’Università debba garantire (o in termini un po' più “crudi” che noi Clienti dobbiamo sovvenzionare) un posto a tutti (ma proprio tutti) i bravi ricercatori?

Mi aspetto che la domanda di posti sia elevatissima (sono tanti i bravi studenti che aspirano alla ricerca) e l’offerta bassissima (sono pochi i posti all’Università, a meno di gonfiare gli insegnamenti o le sedi, ma questa è un’altra questione). Darei quindi per scontato (e anzi spero) che meritevoli ricercatori trovino spazio in istituti esterni all’Università o all’estero. Insomma, esiste un limite fisiologico, per noi Clienti, alla possibilità di ascoltare le recriminazioni dei ricercatori esclusi e questo limite è rappresentato dalla legge matematica della domanda e dell'offerta.

A questo punto, la questione si sposta in modo naturale sui criteri di selezione: noi Clienti vorremmo che almeno i pochi fortunati siano scelti nella rosa di quelli che meritano. Non basta però essere Clienti per avere sempre ragione. Anzi, proprio noi, fautori aziendalisti della meritocrazia cadiamo nella trappola. Infatti, invochiamo un criterio di selezione perfetto, in busta chiusa, oggettivo; ma quale azienda “oggettivamente” assumerebbe i propri dipendenti tra sconosciuti “a scatola chiusa” e sulla base di un “concorso” o di una “abilitazione”? Chi si accontenterebbe di un frettoloso colloquio (anche se durasse tre giorni sarebbe frettoloso rispetto all’obiettivo di valutare il valore di una persona) o di una lista incontrollabile di pubblicazioni, spesso piuttosto simili tra loro e spesso incomprensibili per gli stessi valutatori? Quale azienda correrebbe il rischio di assumere a vita un dipendente sulla base di referenze cartacee senza un periodo di prova e senza avere chiarito gli interessi e gli obiettivi di ciascuno? Ecco che il meccanismo perfetto tanto invocato per l’Università è anche quello più inefficiente per il resto del mondo che - a mio avviso giustamente - seleziona per cooptazione, assumendosi poi la piena responsabilità della scelta di uno o dell’altro candidato. Viceversa, a volte anche l’azienda privata ricorre a “selezioni pubbliche”, spesso tramite società di recruitment, proprio perché riconosce il bisogno di professionalità che non riesce a trovare nel proprio ristretto ambito di conoscenze.

Infatti per l’azienda la scelta del “migliore” non è la scelta di un valore assoluto ma di un valore relativo ad un obiettivo: migliore per fare che cosa? Così dovrebbe essere per l'Università. Da Cliente-studente, se avessi per assurdo voce in capitolo, tutto sommato preferirei che la mia Università assumesse quelli con le migliori doti didattiche, a costo di lasciare a casa i più bravi ricercatori, se privi di questa imprescindibile capacità (per il mio personale obiettivo di studente).

In questo contesto, la selezione pubblica si rivela come una arma che si ritorce contro noi Clienti: toglie la responsabilità di una scelta discrezionale - che di fatto avviene comunque - e la legittima sotto la copertura della finta oggettività della procedura. Ciò che quindi distingue la selezione di un impiegato in una azienda dalla scelta di un professore in una Università non sono i modi (che alla prova dei fatti si equivalgono), ma il diverso livello di responsabilità di chi sceglie (pressochè nullo in ambito universitario), visto che il risultato è sostanzialmente indifferente rispetto al fine e le ricadute delle scelte gravano esclusivamente su noi Clienti.

Comunque la si voglia vedere, emerge nell’attuale sistema qualcosa che non funziona nemmeno se, banalmente, ci si ferma ad esaminarlo a tavolino: o si da la massima importanza ai concorsi, il che significherebbe elevare la probabilità che la scelta non sia adeguata all’obiettivo; oppure si allunga il momento della valutazione (ad esempio con varie forme di contratti e collaborazioni a tempo determinato), riducendo in questo modo il concorso ad una inutile ratifica di un dato di fatto.

Allora se vogliamo andare alla radice del problema, il malessere che noi Clienti percepiamo dell’Università non è tanto quello del concorso “truccato” o “predestinato”, in quanto a ben vedere non sta qui il nocciolo del problema. Il malessere è più profondo e consiste nell’assenza di un vero obiettivo dell’Università, assenza che delegittima qualsiasi giudizio sul risultato. Da un lato, infatti, essendo il criterio di reclutamento prevalente quello dei titoli scientifici (l’attuale “abilitazione nazionale”), si dedurrebbe che l’Università sia un luogo deputato alla ricerca e alla speculazione scientifica. Dall’altra i soldi all’Università arrivano ormai solo in funzione del numero di studenti, per cui le Università fanno di tutto per attirarli e accaparrarsene il massimo numero. L’incentivo economico disegnato dal Ministero sembra, dunque, rispondere più all’esigenza di aumentare il numero dei laureati (e quindi alzare il livello medio di istruzione del nostro paese) che non a quella di creare in ambito universitario centri di eccellenza della ricerca e della didattica. Grandi numeri e qualità sono infatti obiettivi che, molto spesso, confliggono.

Dal mio punto di vista – ripeto – di Cliente, i fatti denunciati dalla ricercatrice emigrata in Olanda sono ingiudicabili perché l’obiettivo è indeterminato. Se è indeterminato l’obiettivo dell’Università lo è anche la responsabilità di chi la governa, cioè dei docenti. L’assenza di responsabilità e di scopi ha di fatto aperto la strada all’insindacabilità dell’azione del professore universitario (l’Università sembra poco toccata dal principio di accountability di cui tanto si discute oggi nella pubblica amministrazione). Se si provasse a interrompere questo circolo vizioso strumentalmente verrebbe invocato il valore dell’“indipendenza” dell’insegnamento; valore certamente da preservare, ma che poco ha a che vedere con l’attuale livello di arbitrio e di individualismo che caratterizza l’attività del docente universitario.

Se così stanno le cose, ad una mia personale lettura, l’eccellente ricercatore oggi sembra attratto dall’Università non tanto come luogo dove realizzare i propri sogni (di ricercatore), quanto come luogo che, a fronte di una elevata posta in gioco (uno stipendio assicurato a vita), gli lascia aperta un’opzione, ma non un obbligo, di dedicarsi ad essi.

Come Cliente non sono disposto quindi né a gridare all’ingiustizia perché questo o quel ricercatore sono stati esclusi dai ranghi dell’Università, pur meritandolo, né ad accettare le conclusioni trionfaliste del professor Lombardi Vallauri sul ruolo della nostra scuola e della nostra Università nel mondo. Vedo piuttosto un’Università incerta sulla sua vera vocazione, che si muove sulla base del gusto, delle inclinazioni, delle circostanze del momento e non su ispirazione di un disegno unitario.

L’Università è stata negli anni oggetto di varie “riforme” intervenute su falsi problemi con l’effetto di destabilizzare le procedure, di aumentare la burocrazia e al più di arrivare a soluzioni discutibili come quella dei corsi di laurea “professionalizzanti”, un pauroso ibrido, contro cui giustamente il prof. Lombardi Vallauri si scaglia con argomenti che non starò qui a ripetere. Sempre da Cliente, vedo come vizio comune di queste riforme l’essere state elaborate e suggerite ai Ministri dagli stessi professori, con il risultato evidente che nulla di sostanziale è stato toccato. La auspicabile grande riforma dell’Università richiederebbe invece ben più coraggio e un profondo grado di meditazione e maturazione perché il giudizio sulla sua efficacia sarà posticipato di almeno  20 o 30 anni, quando la nuova politica di Education produrrà i suoi effetti.

Non credo che esista un’unica ricetta per la nostra Università; detto questo, mi permetto – da “umile” Cliente – di dare qualche spunto. Anzitutto mi parrebbe necessario ripartire da un chiarimento di fondo degli obiettivi. Si potrebbero ad esempio separare (o per lo meno distinguere) gli istituti che hanno un maggiore orientamento alla ricerca rispetto a quelli sono per lo più deputati alla formazione; si potrebbe, inoltre, ulteriormente distinguere la formazione generale da quella specialistica.

Si potrebbero, in funzione degli obiettivi, distinguere forme diverse di finanziamento: gli atenei che sviluppano la ricerca in collaborazione con l’industria (e che magari diventano più “ricchi” e meno “indipendenti”) da quelli che trattano materie di carattere speculativo e fanno ricerca di base “a fondo perduto”.

Si potrebbero poi studiare forme per aumentare l’iniziativa privata nella formazione, mutuando alcuni modelli dal mondo anglosassone là dove questi si sono rivelati efficaci nel favorire il vero scambio di idee, esperienze, attirando studenti e ricercatori da tutto il mondo.

E ancora, le Università straniere si differenziano dalle nostre per l’attenzione alle infrastrutture: la formazione e la ricerca passano anche attraverso la soluzione di problemi pratici di chi si muove per studiare o lavorare, campus, spazi, biblioteche, alloggi, in alcuni casi anche per le famiglie.

Infine, si potrebbe abolire o per lo meno ripensare al significato del valore legale della laurea, guardando più nel merito dell’offerta formativa dei singoli atenei che al caro vecchio “pezzo di carta”.  

Quanto all’eterno dilemma tra posto a tempo determinato e tempo indeterminato, ci sono oggettivi vantaggi in un sistema che garantisce, almeno per un certo periodo, continuità nella ricerca e nella didattica e questo passa anche attraverso il rischio di assunzioni a lungo termine di persone che alla fine si rivelano inadeguate. Per me, Cliente, l’importante è che vi sia un progetto sottostante con a monte una scelta di equilibrio tra costi e benefici e che si pensino incentivi coerenti e meccanismi correttivi per perseguire gli obiettivi prefissati.

Guardando invece più pragmaticamente a quello che c’è oggi, può essere forse utile dare allo studente qualche consiglio su una possibile strategia, in mezzo a tante stranezze. Gli studenti infatti sono il vero anello debole della catena, non solo perché privi di mezzi materiali, ma spesso privi dell’esperienza necessaria per identificare le priorità. Mi limiterò a qualche suggerimento, avvertendo che si tratta della mia personale visione di cliente già dotato di un piccolo bagaglio di “senno di poi”.

Il primo suggerimento è di pensare al tempo come a una risorsa scarsa e preziosa, sia perché il mondo cambia velocissimamente, sia perché anche la nostra mente cambia nel tempo. I primi anni dell’Università sono importantissimi per imparare tutte le materie di base che nessuno, fuori dall’Università, ti potrà mai insegnare: matematica, fisica, economia, storia, filosofia, diritto, solo per citarne alcune. E' opportuno acquisire bene e velocemente queste materie fino a che si è in tempo e poi passare oltre.

Il secondo suggerimento è che questo gap, tra l’Università che non vuole o non sa dare formazione specialistica e un mondo del lavoro che la pretende, può essere in fin dei conti sfruttato come un’opportunità. Oggi lo studio che conta, quello “monetizzabile”, è affidato all'iniziativa individuale, molto più di una volta. Il mondo globale mette a disposizione di tutti, con grande facilità, una quantità impressionante di materiale su cui formarsi. Tutti disponiamo di una connessione internet e non sarebbe scandaloso investire anche da giovane qualche centinaio di euro per un viaggio in questa o quella capitale europea dove si trova un istituto, una biblioteca, un centro di ricerca specializzati che possano illuminarci sui nostri interessi. L’iniziativa individuale è quella che distingue i bravi studenti da tutti gli altri. L’iniziativa individuale apre rapidamente la strada a iniziative imprenditoriali o anche al lavoro dipendente, ma con una prospettiva diversa.

Le aziende che funzionano davvero sono, sì, avanti, ma hanno bisogno di continui stimoli, aggiornamenti, novità, capacità per poter competere. Sono piene di vincoli e non possono permettersi di assumere persone non produttive. In questa ottica il concetto di “trovare lavoro” non è altro che  un retaggio culturale lasciato dalla generazione che ci ha preceduto che non trova più riscontro nella realtà: è preferibile invece porsi nella prospettiva di “offrire lavoro”, tenendo conto che chi assume lo fa solo perché non può farne a meno per coprire precise esigenze. E’ bene conoscerle in anticipo, queste esigenze, e mostrare  fin dal momento del colloquio di avere già risposte pronte o almeno di sapere come farvi fronte. Make your work matter, dicono gli americani, fare in modo che il proprio lavoro conti qualcosa, che risponda ad un’esigenza reale e non artificialmente creata da una legge o per rimediare ad un’inefficienza preesistente.

La terza idea è che la competizione nel mondo del lavoro è globale. In termini pratici questo significa che non solo lo studente italiano, ma anche quello inglese, francese, tedesco cinese o russo, filippino competono per il medesimo lavoro. Per questa sana competizione è opportuno dotarsi di strumenti adeguati e tra questi le lingue straniere, e in particolare l’inglese, non sono un optional, da imparare a tempo perso. Sono anzi più importanti delle materie insegnate all'Università. Conoscere i dettagli di funzionamento di un robot senza sapere bene l’inglese è un palese assurdo. Allo stesso modo un ricercatore di latino che non conosca inglese e tedesco è fuori dalla competizione per quei posti dove il latino si studia veramente. L’Università italiana tende, invece, a non dare alcun peso a questa fondamentale urgenza.

Per concludere, ritengo che l’Università sia la culla della nostra civiltà, il luogo di conservazione del sapere, e che debba essere fatto ogni sforzo per curarla e alimentarla. Come Cliente mi interessa che il ruolo dell’Università sia più chiaramente definito, che gli obiettivi siano diversificati e  perseguiti con metodi e incentivi coerenti. Non si può continuare con questo informe ibrido, retaggio di un passato superato e malamente riformato, che crea false aspettative e che costa alla società di più di quello che è in grado di restituire.

  (4 maggio 2016)

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