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ISSN 2532-8913

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Innovazione tecnica “born and validated in Italy” nel settore idrico: valore aggiunto all’ordinario o potenzialità straordinaria? Dialogo tra un “accademico” ed un “pratico”

(di Francesco Fatone e Daniele Renzi)

 

Acqua nel mercato globale, acqua bene comune, gestione pubblica o privata, non entriamo in questo “merito”, già oggetto di ampio dibattito e di processi decisionali bottom-up o top-down.

Partiamo invece dalla “pratica per lo sviluppo”, ovvero dall’immediata necessità di approccio industriale alla gestione del Servizio Idrico Integrato.

Oggi fare industria non è pensabile senza innovazione continua, sinonimo di competitività nel mercato globale. D’altra parte, il Servizio Idrico Integrato in Italia gode, di fatto, di un regime localmente monopolistico, meno soggetto alla concorrenza rispetto ad altri settori. In questo contesto l’innovazione e l’ottimizzazione possono erroneamente essere considerati solo come eventuale valore aggiunto, comunque fuori dalle priorità politiche ed aziendali. Già, perché oggi siamo alle prese con procedure d’infrazione comunitarie[1] (ad esempio per la mancata applicazione di direttive del 1991 (91/271/CEE) sul trattamento delle acque reflue) che portano le aziende ed il Paese ad affannarsi per rincorrere un passato talvolta mal gestito e a non avere abbastanza tempo per dedicarsi al futuro.

Questa caratteristica diffidenza al cambiamento ed all’innovazione del settore idrico, che è stata riscontrata anche da network specialistici europei[2], nell’ottica dello sviluppo del “sistema Italia”, si traduce in importazione di tecnologie sviluppate all’estero e in scarsa competitività.

Di questo passo superare la “death valley” dell’eco-innovazione[3] nel settore idrico in Italia potrebbe rivelarsi una “mission impossible”. Nelle Università e nei centri di ricerca si svolgono interessanti studi, i cui risultati sono spesso pubblicati in eccellenti e referenziate riviste internazionali; ma il passaggio di scala e l’applicazione in ambiente reale manca. Talvolta a mancare è, innanzitutto, la fiducia delle aziende, certo non alimentata da adeguate politiche o programmi realmente incentivanti.

Il problema è noto, e progetti ambiziosi come Horizon2020[4], il più grande programma mai realizzato dall’Unione Europea (UE) per la ricerca e l'innovazione, stanno cercando di correre ai ripari, per trasferire grandi idee dal laboratorio al mercato.

Alcune aziende di gestione del Servizio Idrico Integrato si sono strutturate con dipartimenti di innovazione ed ottimizzazione, il cui compito sarebbe non solo quello di scegliere ed applicare tecnologie innovative sviluppate e testate altrove, ma anche di validare e favorire il passaggio di scala di tecniche “born and made in Italy”, per divenire primi attori nel panorama europeo, a partire da Horizon2020.

Obiettivo ultimo di un simile approccio, dalla teoria alla pratica,  è, comunque e sempre, il miglioramento dei servizi resi ai cittadini, dalla qualità dell’acqua potabile agli scarichi urbani, riducendo al tempo stesso gli impatti economici ed ambientali, ad esempio diminuendo i consumi di energia elettrica, le emissioni (inclusi i gas serra), la produzione di rifiuti non riciclabili.

Fin qui la visione “accademica”, di un Professore di Ingegneria, forse incompleta e parziale, ovvero orfana di un complemento pratico. Proviamo allora a colmare questo gap dialogando con Daniele Renzi, un ingegnere ambientale, responsabile ottimizzazione processi di depurazione presso un’azienda veneta a capitale pubblico di gestione del Servizio Idrico Integrato.

Caro Ing. Renzi, internazionalizzare l’approccio di un’azienda che gestisce un servizio locale, sembra una contraddizione in termini o è piuttosto un must per innovare il “sistema Italia” anche nel settore dei servizi idrici?

Il motto che dovrebbe sempre guidarci è “think globally, act locally”. Tuttavia, in questo senso, credo che negli ultimi 20 anni i frequenti cambiamenti normativi abbiano portato i protagonisti del servizio idrico integrato a concentrarsi su successive riorganizzazioni, probabilmente necessarie e vantaggiose, e a non seguire metodologie, chiare e scientifiche, per pianificare investimenti, eseguire ammodernamenti ed ottimizzazione delle infrastrutture.

In questo contesto si può fare innovazione “born and made in Italy?

Oggi la situazione normativa va probabilmente a stabilizzarsi, e gli effetti si possono riscontrare nei risultati, come le partecipazioni a grosse iniziative europee di innovazione, in primis in ambito Horizon2020. Questo è il momento giusto in cui fermarsi, ragionare e pianificare, trovando il corretto equilibrio tra visione globale e gestione locale: la priorità per un’azienda locale è la qualità del servizio reso ai cittadini in un giusto rapporto tra sostenibilità tecnica, economica ed ambientale. In questo passaggio storico l’innovazione risponde quindi a queste esigenze: migliora il servizio, riducendo gli sprechi - come le perdite idriche o i consumi energetici - e diminuendo in maniera significativa i costi di gestione. Impegnandosi nell’innovazione, inoltre, anche le aziende di piccola e media grandezza diventano competitive sul piano economico, preservando al tempo stesso un rapporto diretto con territorio e cittadini. Anche nel mio settore l’innovazione può rendere le piccole-medie imprese concorrenti di grandi aziende, che operano su scala sovraregionale o multinazionale.

Come fare?

In primo luogo valorizzando e responsabilizzando le giovani professionalità, spesso specializzatesi già in un contesto internazionale ed allenate alla dinamicità, competitività e flessibilità del mercato globale. Importante è anche superare il possibile scontro che vede contrapposto chi vuole limitarsi a gestire l’ordinario a chi vuole migliorare, migliorarsi ed innovare.

In secondo luogo dobbiamo “fare rete”, mantenendo proprie specificità e ruoli. La ricerca scientifica ha talvolta un approccio troppo drastico, poco pratico, mira a cambiare il paradigma. D’altra parte, credo che le innovazioni sostenibili devono innestarsi sull’asset esistente delle aziende e degli impianti, modificandolo gradualmente per raggiungere gli obiettivi di migliore sostenibilità. In questo senso è importante, però, fare rete con protagonisti referenziati e meritevoli, ove il merito deve essere valutato sulla base di parametri oggettivi, come ad esempio la partecipazioni a progetti internazionali (quali appunto Horizon2020), frutto di una forte  competizione internazionale tra idee. mi pare, questa, una buona pratica per evitare possibili clientelismi locali, che talvolta ostacolano scelte meritocratiche e di qualità.

D’altra parte, bisogna fare rete anche tra aziende a capitale pubblico per un rapido “capacity building” collettivo: visto il diffuso carattere monopolistico di queste aziende può risultare più facile diffondere le innovazioni sostenibili, a differenza di quanto accade in altri settori industriali, dove la concorrenza limita lo scambio fattivo di informazioni e di esperienze positive.

Quanto è percepita come lontana l’Europa, le sue politiche??

Le grandi sfide  affrontate dalla Commissione Europea, ad esempio in ambito Horizon2020, sono a volte percepite dai cittadini e dalle aziende di servizio come sfide globali, quindi troppo lontane dal proprio contesto locale. Non credo che questo sia un approccio corretto. Le sfide globali sono infatti sfide comuni, fatte per il bene comune; e , in quest’ottica, le aziende pubbliche hanno, ancor più delle aziende private, il dovere di impegnarsi e investire le proprie risorse. Horizon2020 ha come obiettivo il miglioramento della vita dei cittadini europei. Le aziende pubbliche di gestione del ciclo idrico devono avere lo stesso obiettivo. D’altra parte, programmi europei come Horizon2020 ci permettono di partecipare attivamente alla definizione delle politiche e direttive europee, che domani dovremo recepire ed applicare. Questo significa, per noi, poter contribuire attivamente a costruire l’Europa partecipando al processo di formazione della legislazione comunitaria, spesso vista come distante e insensibile alle realtà locali in cui lavoriamo e viviamo.

Dunque Horizon2020 non è solo fonte di visibilità riflessa?

E’ importante che le nostre attività internazionali non si traducano in mera e vuota comunicazione, ma che entrino a far parte della struttura delle aziende. Quanto alla visibilità, paradossalmente credo che noi contribuiamo molto a comunicare e divulgare l’importanza delle azioni  europee all’interno delle comunità locali e fino ai cittadini, che spesso non hanno alcuna conoscenza delle politiche europee.

Programmi come Horizon2020 sono non solo importanti fonti di finanziamento, basati sull’eccellenza, ma sono anche reti di innovazione a cui le nostre aziende devono aderire. Il nostro personale dovrebbe essere preparato per partecipare attivamente a progetti di innovazione europei, dialogare e costruire con colleghi italiani e stranieri, avere scambi multilaterali di informazioni e crescita comune. In questo modo saremo anche meglio in grado di scegliere i partner con cui far rete ed investire il nostro tempo e le nostre risorse, per crescere, come azienda locale in un contesto globale.

    (4 maggio 2016)

[1] Le procedure di infrazione comunitarie ad oggi aperte in relazione alla Direttiva 91/271/CE, concernente il trattamento delle acque reflue urbane, sono due: - Procedura n. 2004/2034, relativa alla cattiva applicazione degli articoli 3 e 4; - Procedura n. 2009/2034, relativa alla cattiva applicazione degli articoli 3, 4 e 5.

[2] CONCEIVING WASTEWATER TREATMENT IN 2020 Energetic, environmental and economic challenges (COST Action ES1202), www.water2020.eu

[3] Bridging the Valley of Death: public support for commercialisation of eco-innovation - Final Report -  European Commission Directorate General Environment – May 2009

[4] Horizon 2020 (Orizzonte 2020) è il più grande ed eccellente programma di ricerca e innovazione dell'Unione Europea con quasi 80 miliardi di € di fondi disponibili in 7 anni (2014 al 2020) - oltre a investimenti privati che questi fondi attireranno. 

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