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ISSN 2532-8913

Lo Stato moroso: quando la legge non è uguale per tutti (di Leonardo Johnson Scandola)

“Se entro il 21 settembre paghiamo tutti i cinquanta miliardi di debiti della pubblica amministrazione Bruno Vespa farà un pellegrinaggio a piedi da Firenze al santuario di Monte Senario”.

E’ passato poco più di un anno (la puntata è del 14 marzo 2014) da quando Matteo Renzi, ospite a Porta a Porta, promise solennemente alle imprese creditrici della Pubblica Amministrazione (PA) un pronto rientro dopo anni di pesante morosità.

Tutti sappiamo come andò a finire: nonostante nel biennio 2013-2014 siano stati messi a disposizione quasi cinquantasette miliardi di euro (dati del Ministero dell’economia e delle finanze) alla scadenza del 21 settembre 2014 ne sono stati pagati solo trentadue circa, pari al cinquantasei per cento del totale stanziato.

Resta però una domanda: a quanto ammonta complessivamente il debito della PA? Difficile dirlo con certezza (sic!), ma un indizio verosimile lo ha dato recentemente la Banca d’Italia stimando, nella sua “Relazione annuale sul 2014”, che “il debito commerciale complessivo delle Amministrazioni pubbliche sarebbe diminuito da circa settantacinque miliardi alla fine del 2013 a poco più di settanta alla fine del 2014, segnando una riduzione di circa il cinque per cento. La stima, caratterizzata da un grado di incertezza non trascurabile per la natura campionaria di alcune informazioni, deriva dalla somma di due componenti: a) i debiti commerciali ceduti a intermediari finanziari con clausola pro soluto, rilevati dalle segnalazioni di vigilanza; b) le passività commerciali ancora nei bilanci delle imprese, stimate utilizzando le indagini campionarie sulle imprese condotte dalla Banca d’Italia.” (Relazione annuale sul 2014, Banca d’Italia, p. 107)

Se dallo stock dimensionato dalla Banca d’Italia togliamo dunque quegli 8,4 miliardi di euro che sono stati ceduti a intermediari finanziari con la clausola del pro soluto, lo stock di debito nei confronti delle imprese ammonterebbe a oltre sessantasei miliardi di euro.

Seppure le stime della Banca d’Italia mostrino dunque una riduzione dei debiti commerciali della PA pari a circa il cinque per cento (Relazione annuale sul 2014, Banca d’Italia, p. 108), i dati Eurostat indicano che il debito commerciale della PA in Italia – relativo alla sola spesa corrente ed esclusi i debiti acquisiti da intermediari finanziari con clausola pro soluto – è ad oggi il 3,1% del PIL, il valore più elevato tra i Paesi dell’Unione Europea e più del doppio della media dei ventotto Paesi (“Studio tempi di pagamento della PA a 144 giorni, 92 giorni superiore alla media UE. Debito della PA verso fornitori in calo, ma rimane il più alto d’Europa”, Confartigianato Imprese). 

Nello specifico, nonostante i tempi di pagamento nell'ultimo anno siano scesi di ventuno giorni, Intrum Justitia riferisce che la PA italiana continua a saldare mediamente i propri fornitori dopo ben centoquarantaquattro giorni, paragonati ai trentaquattro giorni medi che si registrano nell’UE. Rispetto ai nostri principali partner economici, basti pensare che la Francia salda le proprie fatture dopo sessantadue giorni, i Paesi Bassi dopo trentadue giorni, la Gran Bretagna in ventiquattro giorni e la Germania dopo soli diciannove giorni.

Eppure, ai sensi del Decreto Legislativo 9 novembre 2012, n. 192 “per l’integrale recepimento della direttiva 2011/7/UE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali”, a partire dal 1 gennaio 2013 tutte le PA dovrebbero saldare i propri debiti al massimo entro sessanta giorni.

Dovrebbero, per l’appunto.

Un altro segnale che qualcosa non torni nella gestione del rientro dalla grave morosità ce la fornisce lo stesso Governo, direttamente dalla pagina web creata per monitorare il pagamento dei debiti scaduti.

I dati resi disponibili dall’esecutivo sono, ad oggi, ancora aggiornati al 30 gennaio 2015, nonostante proprio il Ministero, nel “Protocollo di impegni pagamento debiti PA” del 21 luglio 2014, si fosse impegnato a “potenziare le attività di monitoraggio, assicurando una costante pubblicizzazione dei risultati conseguiti”.

La verità è che ci troviamo di fronte ad un circolo vizioso dal quale difficilmente si potrà uscire: la PA, allo scopo di garantire il proprio funzionamento, necessariamente continuerà ad acquistare beni e servizi da privati, alimentando così l’ammontare del proprio debito nei confronti delle imprese.

Liquidare i debiti pregressi di per sé non ridurrà affatto l’esposizione della PA, riduzione che si potrebbe raggiungere esclusivamente qualora i nuovi debiti che si creano risultino inferiori a quelli oggetto di liquidazione.

Ne consegue che il ritardo del Governo nel pagamento di questi debiti è costato nel 2014 alle imprese italiane una cifra pari a 6,1 miliardi di euro. Tale stima è stata calcolata dal Centro Studi Impresa Lavoro prendendo come riferimento l’ammontare complessivo dei debiti della nostra PA (così come certificato da Bankitalia), l’andamento della spesa pubblica per l'acquisto di beni e servizi (così come certificato da Eurostat) e il costo medio del capitale che le imprese hanno dovuto sostenere per far fronte al relativo fabbisogno finanziario generato dai mancati pagamenti. Elaborando i dati trimestrali di Bankitalia, il centro studi ha stimato che questo costo aggiuntivo per gli interessi sia stato nel 2014 pari all’8,97% su base annua (in leggero calo rispetto al 9,10% nel 2013).

Tali costi appaiono ancora più pesanti se si considera che, come riportato dalla Cgia di Mestre, in Italia sono ben tre milioni e quattrocentomila – pari al settantasei per cento del totale nazionale – le imprese che soffrono di problemi di liquidità riconducibili al ritardo nei pagamenti e che settecentomila si trovano sul punto di dichiarare il fallimento e di aggiungersi alle oltre ottantamila che lo hanno già fatto. Il cane che si morde la coda, direbbe qualcuno.

“Most, probably, of our decisions to do something positive, the full consequences of which will be drawn out over many days to come, can only be taken as the result of animal spirits — a spontaneous urge to action rather than inaction, and not as the outcome of a weighted average of quantitative benefits multiplied by quantitative probabilities”.

Così scriveva John Maynard Keynes nel 1936, cogliendo intelligentemente che l’economia di un paese è determinata anche da quegli “spiriti animali” che muovono e influenzano l’azione umana.

L’evidente illegalità in cui versa la PA, nella sua incapacità di rispettare i termini di pagamento previsti per legge, unita all’esosa e severa imposizione fiscale in capo alle imprese, non può che determinare un clima di forte sfiducia da parte degli investitori nazionali ed internazionali.

Ecco allora che la ricetta per uscire dalla crisi parte anche da qui, dal ridisegnare un rapporto cittadino-Stato che ad oggi è eccessivamente piegato alle ragioni e alle esigenze del secondo. A nulla serviranno proclami, lotte all’evasione fiscale, riforme del lavoro se prima non si interverrà sulle inefficienze dell’azione amministrativa e giudiziaria, su una spesa pubblica improduttiva che, ad oggi, al posto di stimolare e tutelare le attività economiche finisce addirittura con l’ostacolarne l’azione.

Riuscire a garantire il rispetto dei tempi di pagamento da parte della PA rappresenta dunque una sfida imprescindibile per contribuire alla ripresa economica del paese. Il rischio, al di là delle promesse di pellegrinaggio sui colli fiorentini strappate in diretta tv, è quello di rimanere inghiottiti dal debito pubblico, dalla stagnazione, da una spesa pubblica fuori controllo. A ben vedere, in tal caso, a farne le spese non saranno solo quelle centinaia di migliaia di imprenditori creditori della PA, ma tutti noi.

 (27 novembre 2015)

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