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ISSN 2532-8913

L'abolizione della maggiore tutela (di Federico Luiso)

L’abolizione della maggior tutela

di Federico Luiso

 

Con il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza (attualmente all’esame del Senato, atto n. 2085) il Parlamento intende porre fine, a partire dal 1° luglio 2018, al regime di “maggior tutela” nel settore dell’energia elettrica.

La “maggior tutela” è un istituto posto a garanzia dei piccoli consumatori di energia elettrica che, per un qualunque motivo, non hanno scelto un fornitore sul mercato libero. Hanno diritto al regime di protezione solo i consumatori considerati più “deboli”, come potere contrattuale e capacità cognitiva nella valutazione delle offerte, cioè i consumatori domestici e le imprese connesse in bassa tensione con meno di 50 dipendenti e un fatturato annuo non superiore ai 10 milioni di euro.

Al consumatore che si trova in questa condizione viene garantita una fornitura di energia elettrica a prezzo “equo”, cioè di mercato, senza l’obbligo di dover negoziare e sottoscrivere un contratto con un fornitore.

Il prezzo del regime di tutela è definito dall’Autorità per l’energia sulla base dei costi di acquisto dell’energia elettrica sostenuti dall’Acquirente Unico, il soggetto preposto all’approvvigionamento, sul mercato, dell’energia elettrica destinata a tale tipologia di consumatori.

Quindi, è bene mettere in chiaro da subito, l’Autorità per l’energia non determina il prezzo della maggior tutela affidandosi a meccanismi presuntivi o teorici, ma semplicemente trasferendo al consumatore un prezzo pienamente agganciato alle condizioni del mercato.

Ciò premesso, da quali presupposti nasce l’idea di abolire il regime di tutela?

Quali vantaggi porterà ai consumatori l’obbligo di passaggio al mercato libero?

L’obiettivo dichiarato del DDL è di “rimuovere ostacoli regolatori all'apertura dei mercati, promuovere lo sviluppo della concorrenza e garantire la tutela dei consumatori” (art. 1).

Innanzitutto, non è ben chiaro quali siano gli “ostacoli regolatori” che impedirebbero l’apertura del mercato, dato che, ormai dal 1° luglio 2007, tutti i consumatori di energia elettrica hanno la facoltà di sottoscrivere un contratto di acquisto sul mercato libero, abbandonando quindi la maggior tutela. Il mercato elettrico, quindi, è già “aperto” a tutti da quasi 10 anni.

Forse si intende riferirsi agli “ostacoli” che frenano il passaggio di un cliente domestico dalla maggior tutela al mercato libero; prendiamo per buona l’ipotesi che si tratti, quindi, di favorire l’accesso al mercato libero da parte dei piccoli consumatori.

Si tratta, dunque, di capire perché ancora molti piccoli consumatori restano nel regime amministrato.

La risposta è abbastanza semplice, se solo si ricorda che l’energia elettrica è una “merce” con caratteristiche del tutto particolari, per la quale non valgono apprezzamenti, tipici di altri beni di consumo, sul rapporto qualità-prezzo; il consumatore di energia elettrica sceglie il proprio fornitore (quasi) esclusivamente in base all’offerta economicamente più vantaggiosa[1].

È quindi perfettamente comprensibile che un consumatore decida consapevolmente di passare dalla maggior tutela al mercato libero solo se può, con tale passaggio, ottenere un risparmio sul prezzo di acquisto dell’energia elettrica.

Nessun altro driver, se non il prezzo, orienta la scelta del consumatore.

Ciò chiarito, si comprende agevolmente anche la dinamica delle offerte che si è sviluppata a seguito dell’apertura del mercato: per convincere il consumatore ad abbandonare il regime tutelato, il fornitore di energia elettrica che opera sul mercato libero offre (o, per meglio dire, offriva, come si vedrà in seguito) un prezzo a sconto rispetto al prezzo della maggior tutela. Il prezzo della maggior tutela è, quindi, il riferimento per il mercato libero. Tanto maggiore è lo sconto, tanto più competitivo è il fornitore.

E, come accennato in precedenza, è di fondamentale importanza che tale riferimento sia (e lo è) determinato facendo riferimento alle effettive dinamiche del mercato, altrimenti si correrebbe il rischio che un prezzo totalmente amministrato possa anche risultare non “battibile” ricorrendo al mercato, come successe in California all’inizio del corrente secolo.

Ma così non è oggi, in Italia.

L’Acquirente Unico si approvvigiona sullo stesso mercato a cui hanno accesso gli altri grossisti, quindi non c’è il pericolo che il prezzo della maggior tutela sia artificiosamente imposto ad un livello più basso del mercato[2].

Peraltro, questo sistema di offerte sul mercato libero a sconto sul prezzo della maggior tutela costituisce anche un solido sbarramento all’insorgere di cartelli (lato vendita) o incontrollati aumenti di prezzo.

In queste condizioni il meccanismo che dovrebbe condurre il consumatore a passare al mercato libero è, a parere di chi scrive, lineare ed efficace, poiché favorisce la competizione con riferimento ad un benchmark di mercato e, al contempo, tutela il consumatore che può agire applicando un criterio semplice e netto: non passo al mercato libero se l’offerta non mi consente di risparmiare. Che poi, il risparmio sul costo del kWh, dovrebbe essere proprio l’obiettivo dell’esistenza stessa del mercato libero…

Dunque, se i consumatori domestici non passano al mercato libero – fatto di cui si duole il nostro legislatore – è perché, evidentemente, il prezzo del mercato libero non è più conveniente di quello della maggior tutela.

E questo esito non è solo la logica conclusione del sistema teorico sopra descritto, ma è suffragato dai dati ufficiali rilevati dall’Autorità per l’energia negli ultimi anni.

Prezzo in €/MWh dell'energia elettrica[3] per un cliente domestico

  2012 2013 2014 2015
MAGGIOR TUTELA 108,4 103,7 97,8 87,5
MERCATO LIBERO 115,0 121,0 117,1 132,5
differenza 6% 17% 20% 51%

I dati della tabella confermano che non a caso né per capriccio i consumatori domestici consapevoli si tengono lontani dal mercato libero. Purtroppo i consumatori che finiscono sul mercato libero non lo fanno certamente per una ragionata scelta di convenienza, ma perché vengono in qualche modo convinti tramite offerte poco trasparenti, oppure semplicemente raggirati.      

Questi numeri – che dovrebbero essere ben noti al nostro legislatore – sono un segnale lampante che qualcosa non ha funzionato nella liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica per il segmento della clientela domestica.

Di fronte a queste evidenze, la risposta della nostra funzione pubblica è sorprendente: abolisce la maggior tutela e getta tutti i consumatori domestici, senza salvagente, nel gorgo del mercato libero dove, se va bene, pagheranno l’energia elettrica il 50% in più.

Infatti, se oggi, anche in presenza del riferimento del mercato tutelato, i prezzi del mercato libero sono già ben maggiori di quelli della maggior tutela, cosa ci dovremmo aspettare quando il riferimento amministrato non ci sarà più?

Sulla base di quale imperscrutabile ragione i prezzi del mercato libero dovrebbero scendere a seguito dell’abolizione della maggior tutela?

Quali ostacoli si frappongono oggi ad uno sviluppo della concorrenza che porti all’abbassamento dei prezzi e che, una volta eliminata la maggior tutela, verranno meno?

È difficile comprendere in che modo: “la piena liberalizzazione del mercato retail favorirà la mobilità della domanda, l’evoluzione degli operatori da venditori di commodity a fornitori di un servizio complesso e l’emergere di offerte alternative accompagnate da strumenti che ne consentano la più agevole comparazione[4]”.

Nulla, infatti, impedisce già adesso ai fornitori di presentare offerte alternative – il mercato retail è già del tutto liberalizzato dal 2007 – e di sviluppare strumenti di comparazione.

Se ciò non bastasse, c’è un altro fattore che dovrebbe indurre i nostri governanti alla prudenza, prima di eliminare la maggior tutela: le truffe a danno dei consumatori più deboli.

Il problema dei contratti non richiesti, delle informazioni parziali e volutamente oscure, dei raggiri, colpiscono, come si può immaginare, prevalentemente i piccoli clienti domestici, che non dispongono del potere contrattuale né delle informazioni necessarie per poter valutare l’effettiva convenienza di un’offerta sul mercato libero.

Oggi questi clienti deboli sono protetti dalla fornitura in maggior tutela, domani saranno facile preda di qualche fornitore scorretto. Già adesso alcuni fornitori utilizzano in maniera fraudolenta l’informazione sul progetto di abolizione della maggior tutela, facendo credere ai consumatori inesperti che il regime tutelato cesserà dal 1° gennaio 2017 e spingendoli a sottoscrivere rapidamente un nuovo contratto sul mercato libero.

Insomma, comunque lo si guardi, il progetto di abolizione della maggior tutela non appare fondato su logiche di promozione della concorrenza, né, tantomeno, di tutela del consumatore.

Invece di approfondire le ragioni che hanno condotto ad un evidente fallimento del mercato libero per i clienti domestici, si propone di eliminare proprio l’indicatore che testimonia tale fallimento: quando non sarà più possibile confrontare il prezzo del mercato libero con un benchmark valido e ufficiale come è oggi il prezzo della maggior tutela, come potremo renderci conto che stiamo pagando l’elettricità molto più del dovuto? Ma forse, in fondo, è proprio questo l’obiettivo del disegno di legge...

 

* Le opinioni espresse sono a titolo personale e non impegnano l’Istituzione d’appartenenza: Autorità per l’energia elettrica, il gas ed il sistema idrico.

 

(22 dicembre 2016)


[1] Fanno eccezione solo le cosiddette “offerte verdi”, per le quali un consumatore è disposto a pagare un prezzo (leggermente) maggiore a fronte della garanzia che tutta l’energia acquistata provenga da fonti rinnovabili.

[2] Anzi, l’Acquirente Unico, nell’esercizio della sua funzione pubblica, mantiene un atteggiamento prudente sul mercato, facendo uso di coperture sulla volatilità del prezzo dell’energia tali da portare il suo costo di acquisto a valori decisamente superiori al prezzo unico della Borsa Elettrica.

[3] Componenti riferite a energia, dispacciamento, perdite di rete, sbilanciamento e costi di commercializzazione.

[4] Dichiarazioni rese dal Ministro dello sviluppo economico Federica Guidi alla 10ª Commissione permanente industria, commercio, turismo del Senato nella seduta del 19 maggio 2015.

 

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Dialogo sulle start-up (con Federico Zuin) (di Edoardo Giuseppe Ruscio)

Dialogo sulle start-up (con Federico Zuin)

di Edoardo Giuseppe Ruscio

 

 

Federico Zuin rappresenta un bell’esempio di come l’innovazione e l’imprenditorialità possano camminare insieme. “Economista prestato alla tecnologia o tecnologo prestato all’economia”, come ama definirsi, Federico Zuin, dopo una serie di esperienze formative e lavorative presso importanti realtà quali Aeroporto di Venezia S.p.A, Stargas Shipping Group, Andersen Consulting, Accenture e Telecom Italia, dal 2009 svolge la propria attività imprenditoriale esclusivamente nel settore IT (Information and Communications Technology), dove ha dato vita ad alcune interessanti start-up, quali Smart Information Technology, Consoft Consulting e, da ultimo, Mashfrog Plus Corporate Solutions, di cui è attualmente CEO.

Dottor Zuin, innovazione e merito come convivono nelle sue aziende?

La meritocrazia è alla base di tutto e ritengo debba essere valutata in modo oggettivo, attraverso metriche chiare e predefinite. L’esperienza mi porta a dire che, spesso, chi merita ha anche le migliori idee e che queste possono essere recepite solo in contesti aperti all’innovazione. Merito e innovazione sono come una catena composta di tanti anelli: ogni anello deve essere trovare il suo esatto posto per chiudere il cerchio. Fuor di metafora, non è possibile innovare veramente in contesti chiusi, dove le buone pratiche vengono messe da parte per paura di cambiare abitudini; e basta un solo anello mal posizionato per pregiudicare il risultato, anche di un’idea vincente.

Le start-up e i finanziamenti agevolati sono in grado di sostenere la vera innovazione?

In Italia è tutto complicato. Manca un vero e proprio sistema che integri efficacemente gli incubatori, come i sistemi universitari o i business angels, con le banche e le istituzioni.

Inoltre, nel nostro Paese è molto raro il mindset dell’investitore che finanzia idee piuttosto che progetti garantiti da fidejussioni o altre forme di garanzia. In Italia le start-up, al 90%, sono appannaggio di imprenditori (già) di successo e non, come invece dovrebbe essere, delle nuove generazioni.

Cosa pensa dei modelli organizzativi flessibili con riferimento alle start-up?

Condivido pienamente la logica di modelli organizzativi che legano la prestazione professionale esclusivamente al raggiungimento dell’obiettivo. Non importa “dove”, ma “come” e anche nei “tempi” richiesti. Soprattutto nelle start-up un simile approccio aiuta a generare, fin da subito, una cultura della responsabilità. Un buon risultato aziendale combina, infatti, cultura della responsabilità e cultura del merito.

Come valuta le start-up innovative e tecnologiche introdotte con il decreto “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”?

Rappresentano un passo avanti di semplificazione, e soprattutto, di agevolazione per coloro che desiderano avvicinarsi al mondo imprenditoriale. Ma non sono sufficienti. Quello che manca, come ho già affermato, è la finanziabilità di idee vincenti, al netto di richieste di garanzie, impensabili per un giovane imprenditore.

È necessario inoltre un ecosistema più orientato all’innovazione, in cui l’assetto bancario gioca un ruolo fondamentale. Per farlo è necessario migliorare la distanza tra chi fa le leggi e gli attori privati che lavorano per far crescere il sistema impresa.

Cosa ne pensa della sharing economy o economia della condivisione?

È un meccanismo molto interessante - certamente un’evoluzione - che nasce con una certa naturalezza e cerca di rispondere ai bisogni effettivi delle persone. Nel prossimo decennio le aziende che saranno in grado di leggere questo fabbisogno raddoppieranno i fatturati. Uno studio di PriceWaterhouse Coopers afferma che, entro il 2020, il giro d’affari in Europa, come fatturato, della sharing economy potrebbe raggiungere circa 500 miliardi di euro. Inoltre, la sharing economy cambia le nostre abitudini in modo radicale e in qualche modo ci rende anche più liberi dai problemi di ogni giorno.

Quali opportunità scorge nel mercato delle start-up?

Come esperto di big data, posso dire che la gestione efficace di una significativa mole di dati rappresenta una delle attività maggiormente richieste dagli attori economici. Il big data costituisce, infatti, una leva di efficientamento molto importante, che aiuterà, sempre più, le aziende ad essere competitive e reattive ai cambiamenti che i mercati impongono. Non a caso, gran parte delle migliori società IT, negli ultimi anni, hanno fatto significativi investimenti proprio nello sviluppo di Big Data System.

Quali sono le maggiori criticità del Big Data?

E’ importante che chi governa il dato abbia, anzitutto, chiare le necessità d’analisi. In un mercato come quello odierno, liberalizzato, la regolazione assume un ruolo fondamentale soprattutto per prevenire condotte commerciali scorrette e per dare la giusta proporzionalità tra l’analisi dei dati e l’impiego effettivo, concreto.

Soprattutto le istituzioni dedicate alla regolazione devono definire principi chiari di utilizzo dei dati per garantire la certezza delle regole e la verificabilità efficace di condotte poco chiare. Se vengono meno questi due requisiti viene meno la credibilità del mercato e quindi anche degli investimenti dei privati.

In chiusura, cosa consiglierebbe ad un giovane laureato, che magari voglia avviare una start-up?

Direi di rivolgersi, oltre che agli incubatori universitari o privati, anche direttamente ad aziende che hanno un profilo in linea con la propria idea imprenditoriale. Nel caso di Mashfrog, ad esempio, avendo i soci fondatori un dna da – mi si consenta – “startupper seriali”, è capitato di aiutare neolaureati supportandoli nella fase iniziale del progetto o consigliandoli a chi rivolgersi. Se si ha una buona idea comunque è importante non fermarsi ai primi ostacoli. Anzi superare tali ostacoli può servire da allenamento per percorrere una strada avvincente.

 

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Contratti di energia online e qualche considerazione sul TIF (Testo Unico della Fatturazione) (di Massimo Bello)

Contratti di energia online e qualche considerazione sul TIF (Testo Unico della Fatturazione)

di Massimo Bello

 

  1. Web e stipula di contratti di energia e gas

Nell’anno appena trascorso il web nel settore energetico ha mostrato segnali davvero interessanti, sia in tema di crescita dei contratti stipulati (con percentuali superiori al 100%), sia in termini di dinamicità del market place con la comparsa di nuovi operatori.

Non esistono dati ufficiali ma la crescita dei contratti stipulati sul web può ricavarsi dalle dichiarazioni dei principali intermediari di questo nuovo mercato, i comparatori online. Nonostante percentuali di crescita importanti, i valori assoluti dei contratti stipulati via web sono ancora tutto sommato contenuti (meno di 200.000 all’anno complessivamente).

I comparatori online sono oggi molteplici; si tratta di società che svolgono l’importante ruolo di verificare la convenienza delle diverse offerte di energia e gas presenti sul mercato e di confrontarle, per identificare quella più conveniente per il cliente finale, in base alle sue abitudini di consumo e alle caratteristiche del punto di fornitura (residenza, dimora occasionale, etc.).

La presenza di questi soggetti sicuramente dà un forte impulso al canale web anche per la vendita di energia e gas, dopo che già da diversi anni il web è diventato canale importante di sviluppo per altri business di servizi (quali assicurazioni e mutui ad esempio).

Ma il settore energia e gas presenta, rispetto ad altri, un anomalia di fondo. In settori delicati come quello dei servizi assicurativo/finanziari il mercato è davvero aperto, i clienti finali già da tempo sono predisposti a valutare proposte differenti, con servizi accessori differenti, con qualità e livelli di servizio variegati, e non per questo hanno necessità di particolari tutele di prezzo; l’energia sconta, invece, l’anomalia di preservare un mercato tutelato, in cui i prezzi sono controllati, che frena evidentemente lo sviluppo del settore. Quella del “freno” è sicuramente l’immagine che meglio rappresenta l’attuale situazione di stallo nel settore dell’energia. La giustificazione di questo freno viene solitamente rinvenuta nella maggiore complessità del settore energetico, che non consente al consumatore finale di comprendere realmente le proposte commerciali che riceve. Anche se tale assunto, a ben vedere, si scontra con la realtà attuale in cui tutti i consumatori sono più che abituati a sottoscrivere complessi contratti di servizio per telefonia, connettività internet, assicurazioni, viaggi, mutui e conti correnti, televisione digitale o satellitare…

Si può dire, con serenità che tutti questi servizi presentano insidie per il consumatore, ma che lo stesso consumatore è ormai particolarmente allenato a far fronte a situazioni complesse e che, peraltro, l’energia e/o il gas non presentano complessità superiori alla media, ferma restando la natura di servizio essenziale tipica di energia e gas.

Pertanto il primo auspicio è che le tutele di prezzo possano lasciare spazio al mercato. Solo così i clienti avranno davvero la necessità di rivolgersi al mercato e, in questo scenario, è ragionevole prevedere che il canale preferito risulterebbe il web come già accade in altri ambiti.

  1. I vantaggi del web

Il web è un canale “pull” e non “push”, questo il primo grande vantaggio. Da tempo ormai i canali di vendita “push” risultano poco graditi ai consumatori. Venditori porta a porta che invadono la privacy oppure operatori di teleselling particolarmente aggressivi hanno fatto drasticamente calare la fiducia in questi canali di vendita.

Allo stesso tempo, la pressione commerciale e l’affollamento di operatori tendono a creare una pressione eccessiva sul consumatore finale.

Il web, invece, ha il vantaggio di non forzare la volontà del cliente: è il medesimo cliente che si attiva spontaneamente per ricercare un’offerta.

Ma occorre avere un motivo valido per intraprendere questa ricerca.

Il primo motivo è la convenienza delle offerte web. Già da tempo l’Acquirente Unico pubblica sul suo sito, periodicamente, un’analisi di confronto delle offerte di maggior tutela rispetto a quelle del mercato libero. Tipicamente le offerte a prezzi inferiori rispetto a quelli tutelati si trovano sul web, perché il web consente costi di gestione e costi di acquisizione inferiori. Servizi quali l’addebito automatico delle bollette e le fatture via email sono, infatti, evidentemente in grado di ridurre i costi del servizio. E , in questo modo, i fornitori girano ai clienti finali il beneficio sotto forma di prezzi scontati.

Il primo motivo, però, spesso non è sufficiente perché tutto sommato i risparmi rispetto ai prezzi tutelati sono ancora minimi.Ed ecco allora che i clienti che più tipicamente si rivolgono al web sono coloro che devono gestire i “subentri” ovvero le riattivazioni di contatori chiusi. In tal caso, sì che c’è una reale necessità: i clienti si trovano, ad esempio, ad entrare in una nuova casa e non c’è luce, per cui si rivolgono , in tutta fretta, al web per risolvere il loro problema.

In assenza dell’incentivo economico (per prezzi di tutela troppo bassi) è lo stato di necessità che spinge il cliente sul web. Dunque il potenziale, evidentemente, esiste, e il problema piuttosto risiede in un mercato frenato nella sua possibilità di esprimersi a pieno.

  1. L’innovazione di marketing come fattore di liberalizzazione

Altro punto dolente del mercato energetico è l’attuale impostazione, che muovendo dal principio condivisibile di raffrontabilità delle offerte per il cliente, tende a far sì che le offerte si assomiglino troppo, anche per aspetti non strettamente legati al prezzo di fornitura. Basti pensare a:

  • La bolletta 2.0 che identifica uno standard di fattura uguale per tutti, nel quale addirittura manca il prezzo unitario applicato dell’energia;

  • Gli obblighi molto stringenti del codice di condotta commerciale (ed altri provvedimenti) che impongono come va scritto e stipulato un contratto con allegati talvolta anacronistici (es. la dichiarazione dei dati catastali o la dichiarazione di regolare possesso dell’immobile che afferiscono più alla sfera di indagine fiscale e poco hanno a che fare con l’energia);

  • La scheda di confrontabilità, che dovrebbe essere uno strumento di facilitazione per il cliente e risulta invece molto difficile da consultare e comprendere anche per un addetto ai lavori;

  • Gli obblighi di fatturazione (come ad esempio introdotti dal TIF) che regolano le modalità con cui emettere le fatture, come elaborare i consumi, le rettifiche, gli storni, etc. Insomma anche nelle modalità operative si tende in massima parte ad uniformare gli operatori.

A mio avviso uniformare equivale a limitare le possibilità della concorrenza di esprimersi. A tal proposito citerei l’esempio di wekiwi.it, società di cui sono amministratore, che ha lanciato ad aprile 2016 la prima proposta di fornitura nell’energia e gas interamente online. Wekiwi ad oggi ha riscosso un discreto apprezzamento dei clienti finali con poco meno di 5.000 adesioni in corso.

Cosa fa wekiwi? Propone un’offerta che si basa sul seguente principio: se tu cliente mi fai risparmiare, risparmi anche tu…

Molto semplice! E come fa ad ottenere questo risultato? Con una serie di strumenti innovativi:

  • Il contratto si può sottoscrivere solo via web, senza carta, senza agenti e senza call center;

  • Il cliente sceglie da se l’importo della “Carica”, un importo fatturato in via anticipata sul quale il cliente ha uno sconto;

  • Il cliente può contattare wekiwi tramite email, Facebook, Twitter, l’area riservata del sito o la app. Se non usa il numero verde, ma i canali, online ottiene uno sconto.

Wekiwi è un tentativo, di fronte a tutti i lacci e lacciuoli oggi presenti nel nostro settore, di innovare e di dare convenienza al cliente tramite idee in parte nuove.

Certo è che il modello wekiwi è ben distante dall’approccio che vorrebbe tutte le offerte standardizzate.

Purtroppo la novità di wekiwi si è subito dovuta scontrare con un problema regolatorio, l’art. 6.5 del TIF (testo unico di fatturazione). Tale articolo prevede che non sia più possibile dal 1/1/2017 fatturare consumi successivi alla data di emissione della fattura. La ratio di tale norma è di evitare che i fornitori possano fatturare consumi arbitrari danneggiando i clienti.

Wekiwi fattura invece consumi anticipati solo perché il cliente stesso ha scelto una “Carica” sulla quale percepisce uno sconto. E, per rispettare i dettami della bolletta 2.0, tale “Carica” (che è solo un importo in euro) è sviluppata da wekiwi tramite algoritmi in una bolletta vera e propria con tutte le relative voci ed anche con una quota di consumi (tali per cui il totale imponibile della bolletta è pari all’importo della “Carica” scelta dal cliente). Dunque per rispettare una norma (la bolletta 2.0) la “Carica” anticipata sembrerebbe non conforme ad un’altra norma, il nuovo TIF che entrerà in vigore l’1/1/2017.

Al di là della specifica vicenda, cha appare comunque avviata ad una soluzione, la questione più ampia è la seguente: innovazione delle offerte, creatività di marketing, differenziazione tra un operatore e l’altro dovrebbe essere incentivate e non ostacolate, perché si tratta di fenomeni che possono dare un impulso positivo alla concorrenza e alla liberalizzazione.

 

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Se l’Unione fa la forza: un mercato unico digitale per abbattere i confini interni (di Francesco Laschi)

Se l’Unione fa la forza: un mercato unico digitale per abbattere i confini interni

di Francesco Laschi

 

 

La rivoluzione digitale è la nuova rivoluzione industriale. Molti storceranno il naso davanti a questa affermazione, ma prendere coscienza di tali cambiamenti costituisce la base per formare il nuovo mercato.

Come ogni rivoluzione il mercato viene distrutto e ricomposto da nuovi competitor, che utilizzano le nuove tecnologie in modo totalmente nuovo e spezzano, quindi, i legami con il passato. Chi resta indietro è perduto e, con un po’ di ritardo rispetto ad alcuni paesi guida nel settore, anche l’Europa sta riconoscendo l’importanza di uno sviluppo del settore digitale. Il commissario per l’economia e le società digitali della Commissione Juncker, Günther H. Oettinger, si è espresso in questi termini sull’argomento: “Stiamo andando verso economie e società digitali. La prosperità futura dipenderà in larga misura da come avremo affrontato questa transizione. L’Europa dispone di punti di forza su cui far leva, ma deve ancora lavorare molto, in particolare per assicurarsi che le industrie si adeguino e i cittadini sfruttino appieno il potenziale dei nuovi servizi e beni digitali. Dobbiamo prepararci per una società moderna e presenteremo proposte che sapranno trovare un equilibrio tra gli interessi dei consumatori e quelli dell’industria” (conferenza stampa di presentazione del Mercato Unico Digitale, 6 maggio 2015). La prosperità del sistema-mercato Europa dipenderà, dunque, anche dal modo in cui verranno affrontate queste nuove sfide. Gli strumenti ci sono, e certo non mancano valide idee; carente è stato invece, fin qui, l’impegno e l’appoggio delle istituzioni.

Il nuovo progetto della Commissione Europea mira a lanciare un Mercato Unico Digitale Europeo, incentrato su libertà di circolazione digitale, commercio transfrontaliero on line, totale utilizzo dei servizi in rete e digitalizzati. Tale ambizioso obiettivo trae linfa dall’elevato utilizzo della rete (in Europa più di 300 milioni di fruitori) e intende cambiare i, finora sconfortanti, dati sul commercio on line transfrontaliero: soltanto il 4% dei flussi del mercato digitale passa, infatti, al di là delle frontiere, mentre il 54% arriva dagli USA e il restante 42% è interno al paese di provenienza (dati basati sullo studio di 28 paesi membri UE- elaborazione a cura della Commissione Europea, maggio 2015, reperibili su https://ec.europa.eu/digital-single-market/digital-single-market). Sembra assurdo vista la potenzialità del mondo digitale, che permette l’abbattimento dei confini in modo facile e rapido. Come è possibile allora abbattere le barriere interne alla Comunità Europea per liberalizzare e dare spinta al nuovo mercato?

Una Single Market Strategy

Il 6 maggio 2015 è stato presentato il piano sul Mercato Unico Digitale Europeo, con l’impegno di attuarlo entro la fine del 2016. Tale piano di azione, che potremmo definire il manifesto europeo per la crescita digitale, si basa su 3 Pilastri, suddivisi a loro volta in 16 punti, indicanti gli obiettivi da raggiungere. Elenchiamoli velocemente prima di andare a commentare i più interessanti:

Primo pilastro: Migliorare l’accesso ai beni e servizi digitali in tutta Europa per i consumatori e le imprese

1. introdurre norme intese ad agevolare il commercio elettronico transfrontaliero;

2. garantire un’attuazione più rapida ed omogenea delle norme di protezione dei consumatori, mediante la revisione del regolamento sulla cooperazione per la tutela dei consumatori;

3. assicurare servizi di consegna dei pacchi più efficienti e a prezzi accessibili;

4. eliminare il blocco geografico ingiustificato;

5. individuare potenziali problemi relativi alla concorrenza che possano incidere sui mercati europei del commercio elettronico;

6. aggiornare la legislazione sul diritto d’autore, rendendola più moderna ed europea;

7. rivedere la direttiva sulla trasmissione via satellite e via cavo, per verificare se il suo ambito di applicazione debba essere esteso alle trasmissioni radiotelevisive online e per esaminare come aumentare l’accesso transfrontaliero ai servizi radiotelevisivi in Europa;

8. ridurre gli oneri amministrativi che derivano alle imprese dai diversi regimi IVA.

Questi dai tengono conto dell’esigenza di espandere e creare un mercato unico, superando l’attuale stallo: soltanto il 15% dei consumatori acquistano on line in un paese diverso dal proprio; soltanto il 7% delle piccole- medie imprese che si spingono, grazie all’e-commerce, oltre i confini nazionali. Le misure sono quindi volte ad agevolare la formazione del mercato comune, creando un contesto con contrattualistica e tutela del consumatore uniformi. Per prima cosa dovranno pertanto essere abbattuti i c.d. blocchi geografici; spesso, per strategia commerciale, i produttori di App, musica, ebook, scelgono di confinare la vendita all’interno di uno specifico paese, discriminando chi vuole accedere da altri luoghi o praticando prezzi diversi per lo stesso bene in base alla locazione dell’acquirente. Eliminare queste barriere significherebbe aprire davvero il mercato unico a tutti i paesi membri, accelerando il processo di diffusione dei beni e degli investimenti.

Per quanto riguarda l’IVA, il progetto prevede una soglia massima di applicazione comune per sostenere le start up ed avvantaggiare chi vende al di là della frontiera nel commercio dei beni materiali. Secondo la stessa Commissione, i vantaggi per il consumatore sarebbero immediati; infatti, potendo beneficiare di un’offerta in un mercato unitario on line, si avrebbero risparmi per circa 11,7 miliardi di €uro. Considerando poi che le PMI che offrono on line i loro prodotti hanno dei costi medi aggiuntivi di 9 mila €uro per adattarsi alle differenti normative nazionali, l’UE ha stimato che l’abbattimento di tali costi farebbe crescere del 50% l’e-commerce transfrontaliero. Si pensi che solamente i costi derivanti dalle varie normative sull’IVA aumentano le spese a carico dell’azienda di 5 mila €. Ciò dimostra quanto sia oneroso e anacronistico un sistema di mercato digitale su base nazionale. Peraltro, i cambiamenti suggeriti dalla Commissione potrebbero favorire i nuovi mercati in ascesa, come quelli legati alla diffusione di audio-visivi in streaming. È infatti opinione condivisa che il settore, data la forte crescita, deve trovare il modo di abbattere le barriere che gli si frappongono, in primis quelle riguardanti il diritto d’autore.                   

Secondo pilastro: Creare un contesto favorevole e parità di condizioni affinché le reti digitali e i servizi innovativi possano svilupparsi

9. presentare un’ambiziosa revisione della regolamentazione europea in materia di telecomunicazioni;

10. riesaminare il quadro dei media audiovisivi per adeguarlo al XXI secolo, mettendo in rilievo il ruolo dei diversi operatori del mercato nella promozione delle opere europee (emittenti televisive, fornitori di servizi audiovisivi a richiesta, ecc.);

11. effettuare un’analisi dettagliata del ruolo delle piattaforme online (motori di ricerca, social media, app store, ecc.) nel mercato;

12. rafforzare la fiducia nei servizi digitali e la sicurezza degli stessi, in particolare per quanto riguarda il trattamento dei dati personali;

13. proporre un partenariato con l’industria sulla sicurezza informatica nell’ambito delle tecnologie e delle soluzioni per la sicurezza delle reti.

Il secondo pilastro è dedicato, al di là dei più minuti aspetti tecnici, alla gestione della concorrenza e della trasparenza delle aziende operanti on line, oltre che alla generalizzazione dell’accesso alla banda larga. A proposito dello spettro della banda larga, un adeguamento e unificazione di tariffe e potenza porterebbe un incremento del prodotto interno lordo UE tra lo 0,11% e lo 0,16% in soli 5 anni, riducendo di conseguenza i costi dei servizi di connessione. Rifacendosi sempre ai dati forniti dalla stessa Unione, dai quali traspare che soltanto il 22,5% dei cittadini europei è in possesso di un abbonamento alla connessione veloce, si intuisce, piuttosto facilmente, come una riforma delle telecomunicazioni risulti essenziale per la crescita digitale.

I punti relativi a trasparenza, concorrenza e audiovisivi hanno invece portato la Commissione a promuovere un vero e proprio rilancio della creatività in Europa. Di maggio infatti è la proposta di richiedere ai produttori di show tv, film e intrattenimento distribuiti on line (come ad esempio Amazon e Netflix) di produrre almeno un quinto dei propri prodotti all’interno del territorio europeo.

Infine, il trattamento dei dati personali e la sicurezza informatica, ai punti 12 e 13, hanno valore non soltanto in un’ottica di tutela del consumatore ma anche nella misura in cui possono rappresentare barriere alla fruizione. Si consideri, in proposito, che il 72% dei web-nauti europei si lamenta dei troppi dati richiesti durante la navigazione.

Terzo pilastro: Massimizzare il potenziale di crescita dell’economia digitale

14. proporre un’iniziativa europea per il libero flusso dei dati, per promuoverne la libera circolazione nell’Unione europea;

15. individuare le priorità per l’elaborazione di norme e l’interoperabilità in settori fondamentali per il mercato unico digitale, quali la sanità elettronica, la pianificazione dei trasporti o l’energia;

16. promuovere una società digitale inclusiva in cui i cittadini dispongano delle competenze necessarie per sfruttare le opportunità offerte da Internet e aumentare le possibilità di trovare un lavoro.

L’ultimo pilastro mira a far crescere il “paese-Europa” attraverso i nuovi strumenti a disposizione e la massimizzazione delle utilità da essi ricavabile. Perciò è necessario un corretto utilizzo e archiviazione dei mega-dati attraverso il cloud computing, con un risparmio complessivo per le aziende stimato in 425 miliardi di €uro. In sostanza, le barriere poste alla circolazione dei dati vanno abbattute, in virtù anche del fatto che è quasi un assurdo permettere la libera circolazione dei beni fisici e ostacolare, invece, quella dei servizi telematici.

Punto assai interessante è quello che ruota attorno all’acquisizione di competenze informatiche da parte dei cittadini per consentire il corretto e consapevole utilizzo dei sistemi oggi a disposizione. Il mondo di internet spesso destabilizza e spaventa l’utente, soprattutto quello in età più avanzata , spesso inerme davanti all’enorme mole di dati disponibili e alla frequenza delle frodi in rete. Le istituzioni, nazionali e sovranazionali, hanno oggi il dovere di includere il cittadino nel mondo digitale attraverso una continua ed efficace formazione, altrimenti una gran fetta della popolazione sarà travolta dalla rivoluzione, senza fruire per lo più dei benefici che essa può produrre. In un futuro, molto più prossimo di quanto si immagini, il 90% delle professioni richiederà competenze digitali ed è quindi quantomai allarmante il dato che evidenzia come, attualmente, l’alfabetizzazione digitale riguardi solo il 53% dei cittadini dell’Unione Europea. Sarà bene, quindi, giovarsi delle best practices, provenienti anche dal mondo privato, che hanno avuto successo nel “digitalizzare” i propri clienti; pensiamo ad esempio ad una nota azienda del campo informatico che ha introdotto, all’interno dei propri store, figure professionali addette alla formazione della clientela.

Conclusioni e panorama italiano     

L’Europa necessitava da tempo di un piano strategico, anche per mettersi al passo dei propri competitor. Paesi come gli USA o la Cina, di estensione territoriale e popolazione ben più estesa, possono contare su sistemi on line unitari che, oltre che semplicità di utilizzo, consentono una forte spinta a crescita e circolazione di idee. John Phelan, della Beuc (Bureau Européen des Unions de Consommateurs, l’Organizzazione dei consumatori europei), ha utilizzato una immagine a mio avviso molto calzante per indicare quello che un mercato digitale frammentato può voler dire: “Ora è come avere 28 diverse serrature sulla porta di un mercato unico digitale, una per ogni Paese dell’UE. Si tratta di un problema di lunga data. È necessario che l’Unione europea utilizzi questa strategia come trampolino di lancio per dimostrare il coraggio politico e normativo per superare gli interessi commerciali che oggi frenano l’accesso per i consumatori europei a tutti i contenuti digitali”.

Coraggio è quello di cui ha bisogno in questo momento l’Europa, perché il coraggio chiama altro coraggio, da cui nascono poi idee “intrepide”, rivoluzionarie. La ricerca Future of Europe di Frost & Sullivan (2015) ha evidenziato come l’Europa possa diventare un mercato fertile e dinamico dal punto di vista digitale. Secondo questa ricerca nei prossimi dieci anni il mercato del vecchio continente subirà una re-industrializzazione verso fabbriche intelligenti, una crescita della presenza di smart city (fino ad arrivare al secondo posto per città smart) e lo sviluppo di una nuova “economia della condivisione”, per un indotto di 18 miliardi di Dollari. Lo scenario sembra fantascientifico di fronte ai dati odierni che rilevano il 75% di industrie tradizionali con soltanto l’1,7% di integrazione tra sistemi digitali e catena di valore. La nuova strategy da invece il via, inizialmente attraverso la spinta al commercio e all’utilizzo di metodi di pagamento innovativi, ad un’ipotetica industria 4.0, smart, accessibile e senza barriere territoriali.

L’Italia attualmente è fanalino di coda per quanto riguarda la digitalizzazione, in 25esima posizione per digitalizzazione in Europa (Digital Economy and Society Index 2016). Il gap con i paesi concorrenti è enorme, specie se si pensa che l’Italia occupa addirittura l’ultimo posto per utilizzo di internet e il penultimo per connettività secondo il DESI 2016. Ciononostante, il nostro paese ha solo da guadagnare dalle qui descritte politiche europee. Per due motivi: in primo luogo, come detto, l’Italia, trovandosi agli ultimi posti per digitalizzazione, potrà inizialmente andare a rimorchio degli stati più avanzati, migliorando così sicuramente la propria (drammatica) situazione di partenza; inoltre, il piano europeo è rivolto soprattutto allo sviluppo, sul web extra nazionale, delle PMI e, l’Italia, essendo un paese caratterizzato dalla forte presenza di piccole imprese (pensiamo al settore manifatturiero), potrà quindi trarre significativi vantaggi dallo sviluppo del mercato digitale europeo.

Ora, con l’uscita del piano, vero e proprio manifesto della digitalizzazione europea, il nostro governo dovrà applicarsi per seguirne la roadmap e preparare il paese allo (già ormai decollato) sconvolgimento digitale, creando crescita economica e culturale.

Concludiamo dicendo che, solo portando i cittadini a pensare in modo digital friendly, si potranno creare le condizioni favorevoli alla crescita economica e alla proliferazione di idee innovative… Think digital to survive the revolution!

 

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Riflessioni su una campagna elettorale social. La trasparenza negli USA passa oggi dalla community? (di Francesco Laschi)

Riflessioni su una campagna elettorale social. La trasparenza negli USA passa oggi dalla community?

di Francesco Laschi

All’alba del 9 novembre l’Italia si è svegliata con la (per molti) sorprendente vittoria di Donald Trump, nuovo presidente USA. Salvo poche eccezioni, i maggiori network e testate d’informazione avevano previsto una schiacciante vittoria di Hillary Clinton. I dati analizzati sui social network mostravano invece un ipotetico vantaggio di Trump (vedi la tabella già pubblicata in F.LASCHI, Le elezioni USA ai tempi dei millennials. La tecnologia protagonista delle presidenziali 2016, in questa Rivista).

Hillary Clinton Donald Trump
Twitter

7,7 M di Followers

10,2 M di Followers
Facebook 4,7 M di Likes 9,9 M di Likes

Trump, insomma, è stato molto più seguito sui social rispetto ad Hillary. Ma quel che maggiormente colpisce è il rapporto tra i followers di Twitter dei due candidati e i loro Grandi Elettori (dati del 9 novembre 2016, ore 09.30). Confrontando i dati abbiamo questi risultati:

10,2 M di followers per Trump/7,7 M di followers per Clinton = 1,32 (arrotondato da 1,324)

306 Grandi Elettori a favore di Trump/ 232 Grandi Elettori a favore di Clinton = 1,32 (arrotondato da 1,318).

I dati mostrano una sorprendente proporzionalità, forse frutto di una maggiore aderenza alla realtà delle tendenze social rispetto a molti sondaggi proposti dalla carta stampata. Per avvalorare la tesi che il numero di follower riflette, almeno tendenzialmente e proporzionalmente, il risultato finale delle elezioni presidenziali si può ricorrere alla geolocalizzazione dei tweet: Ebbene, le zone a maggiore frequenza di tweet sono, per lo più, appannaggio di Donald Trump (la mappa è disponibile su https://www.mapbox.com/labs/twitter-gnip/brands/).

Infatti, dalle mappe si ricava che la parte est degli USA conta un maggior numero di users, mentre, fatta eccezione per la California, l’occidente è meno twitter-addicted. E, appunto, i repubblicani, come noto, hanno conquistato gli stati decisivi, soprattutto ad oriente.

Che sia un caso? Di sicuro, i tradizionali mezzi di informazione sono apparsi assai meno “riflessivi” della realtà. In effetti, la loro eccessiva politicizzazione – reale o percepita che sia – li rende sempre meno capaci di riflettere la mappa del voto e, ancor meno, di spostare quote, anche minime, di elettorato, soprattutto tra i c.d. “indecisi”.

Al contrario, chi scrive sui social media, per quanto magari incompetente o politicamente scorretto, viene percepito come un più oggettivo e neutrale osservatore, almeno dagli altri frequentatori delle arene virtuali: “uno di noi”, non l’èlite dei forbiti giornalisti della carta stampata o della TV.

Trump, del resto, si è dimostrato esperto utilizzatore dei social: particolarmente aggressivo, come in tutta la sua comunicazione politica. La Clinton, invece, ha puntato su una squadra di prim’ordine composta da ottimi professionisti provenienti dalla Silicon Valley. Il risultato, in termini di comunicazione, è stato però un po’ freddo, per quanto tecnicamente ben realizzato. Tutto il contrario di Trump a cui i suoi hanno addirittura dovuto togliere il “giocattolo” di mano, sottraendogli il controllo dei profili Facebook e Twitter, nel timore di qualche ”sparata”, tropo forte anche per uno come The Donald. E anche questa mossa, apparentemente nociva, potrebbe in realtà aver enfatizzato l’autenticità e la spontaneità di @therealdonaldtrump (nickname su Twitter), nel bene e nel male.

Barack Obama – lo ricordiamo – vinse nel 2008 anche grazie all’uso sapiente di Facebook. Lo strumento che i democratici hanno per primi sperimentato gli si è però, un attimo dopo, ritorto contro, in queste elezioni, dove è prevalso un modo di utilizzare Facebook diverso da quello inaugurato da Obama, più disinibito e spregiudicato. In linea con l’estrema semplificazione del linguaggio politico operata da Trump; e tipica di tutti quei politici, partiti o movimenti che mirano ad intercettare i sempre crescenti “voti di pancia”.

Poi il dubbio, come si diceva un tempo, sorge spontaneo: è la politica che, per proprie esigenze, semplifica il linguaggio politico e poi trova nei social il mezzo più adatto per diffondere il suo verbo; o piuttosto il linguaggio politico tende ad una sempre maggiore semplificazione per riuscire a “passare” sui social.

Non semplice.

Forse, in un primo momento la politica ha individuato nei social un efficace strumento per comunicare, attraverso cui raggiungere, in tempo reale, un numero di elettori prima inimmaginabile. Per veicolare i loro messaggi, i politici si sono dovuti però adeguare ad un format prestabilito, ossia quello del social network stesso: ad esempio Twitter permette di pubblicare post di 100 caratteri al massimo, costringendo ad una comunicazione rapida ed essenziale, spesso correlata da elementi multimediali.

In un secondo momento, il giorno d’oggi, sostituendosi in buona parte ai giornali, le community on line, non solo riescono ad informare, ma anche condizionare. Ciò soprattutto perché si contrae la distanza elettore/politico, con cui si può entrare in contatto tramite un semplice tag o commento. E’ un modello seguito anche da Matteo Renzi che ha inaugurato delle sessioni live in cui risponde in diretta alle domande degli utenti della rete, facendosi chiamare amichevolmente “Matteo”.

Insomma, da mero strumento di comunicazione, i social sembrano oggi diventati strumenti di sopravvivenza: il politico deve quindi passare sui social, ma non solo, deve essere in grado di creare trend. E i suoi trend topic devono avere le caratteristiche tipiche dell’intrattenimento, multimedialità, semplicità, attirare l’attenzione, autenticità. Trump ce lo ha insegnato.

 




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